Parla come mangi, a volte ancora echeggia questa minaccia. Ma che vuol dire? Io mica mangio male. Al massimo, mangio poco. Credo sia un modo di dire di vecchia data, quando ancora le cose che si mangiavano erano semplici, vere, genuine. Ma, quindi, vuol dire “parla usando poche parole?”. Sì, poche, ma chiare e sincere. Sincere come una bruschetta olio e sale, non come un cheeseburger con patatine fritte. In fondo, la cucina povera e il parlare genuino non sono così distanti, no? Pochi ingredienti, però veri. Bastano poche parole, però vere. Dimmi come parli e ti dirò chi sei. Mangia e fa sito, si dice dalle mie parti. Zitti a tavola? Ma quando mai, a pancia piena si parla che è un gran piacere. La filosofia, la poesia, l’arte, l’amore nacquero tutti dopo una bella mangiata in compagnia, in quel momento in cui si chiacchiera a briglia sciolta e ci si sente invincibili, giusto prima del sonnellino delle tre. Il cibo a volte è un po’ avariato, andato a male e lo sono anche le parole, che tra di loro fanno un gran pastone. Bisognerebbe essere tutti un po’ meno politically correct e un po’ più vocabulary correct. Usare le parole giuste al momento giusto, perché il parlare civile non è più cosa da borghesi, ma da Homo Sapiens.Post-it di Martina MelgazziContinua a leggere sul blog…


Parla come mangi
, a volte ancora echeggia questa minaccia. Ma che vuol dire? Io mica mangio male. Al massimo, mangio poco. Credo sia un modo di dire di vecchia data, quando ancora le cose che si mangiavano erano semplici, vere, genuine. Ma, quindi, vuol dire “parla usando poche parole?”. Sì, poche, ma chiare e sincere. Sincere come una bruschetta olio e sale, non come un cheeseburger con patatine fritte. In fondo, la cucina povera e il parlare genuino non sono così distanti, no? Pochi ingredienti, però veri. Bastano poche parole, però vere. Dimmi come parli e ti dirò chi sei. Mangia e fa sito, si dice dalle mie parti. Zitti a tavola? Ma quando mai, a pancia piena si parla che è un gran piacere. La filosofia, la poesia, l’arte, l’amore nacquero tutti dopo una bella mangiata in compagnia, in quel momento in cui si chiacchiera a briglia sciolta e ci si sente invincibili, giusto prima del sonnellino delle tre. Il cibo a volte è un po’ avariato, andato a male e lo sono anche le parole, che tra di loro fanno un gran pastone. Bisognerebbe essere tutti un po’ meno politically correct e un po’ più vocabulary correct. Usare le parole giuste al momento giusto, perché il parlare civile non è più cosa da borghesi, ma da Homo Sapiens.

Post-it di Martina Melgazzi

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Μή, φίλα ψυχά, βίον ἀθάνατον σπεῦδε, τὰν δ᾽ ἔμπρακτον ἄντλει μαχανάν. “Non aspirare, anima cara, alla vita immortale, ma esplora tutti i campi del possibile”: l’epigrafe con cui Paul Valéry apre Le Cimitière Marin arriva a noi dall’asciutta lontananza di Pindaro. Suona come un monito, ma il suo ritmo è piuttosto quello di un consiglio assorto, pronunciato da una bocca pacata e da occhi tranquilli. Ispirazioni Mediterranee è un tratto di strada percorso a ritroso, verso l’impeto del Cimitero Marino: scritte nel 1933 in seguito a una conferenza tenuta all’Université des Annales, sono un’introduzione a posteriori del poema, e al contempo l’altra faccia della moneta, il momento in cui arriva il suono tranquillo del pensiero. “Uomo felice a piedi nudi, cammino inebriato dei miei passi sullo specchio rilevigato senza posa dall’incresparsi lievissimo dell’onda”. L’introduzione di Maria Teresa Giaveri è una summa attenta nel tono e nei contenuti delle Ispirazioni: il Mediterraneo che racconta e traduce è arcaico e arcadico, e all’interno di questo paradosso convivono la grazia dell’acqua trasparente e le sfumature spaventose dei resti animali sul fondale, subito dopo una pesca abbondante.articolo di Chiara CondòContinua a leggere sul blog…


Μή, φίλα ψυχά, βίον ἀθάνατον σπεῦδε, τὰν δ᾽ ἔμπρακτον ἄντλει μαχανάν.

Non aspirare, anima cara, alla vita immortale, ma esplora tutti i campi del possibile”: l’epigrafe con cui Paul Valéry apre Le Cimitière Marin arriva a noi dall’asciutta lontananza di Pindaro. Suona come un monito, ma il suo ritmo è piuttosto quello di un consiglio assorto, pronunciato da una bocca pacata e da occhi tranquilli. Ispirazioni Mediterranee è un tratto di strada percorso a ritroso, verso l’impeto del Cimitero Marino: scritte nel 1933 in seguito a una conferenza tenuta all’Université des Annales, sono un’introduzione a posteriori del poema, e al contempo l’altra faccia della moneta, il momento in cui arriva il suono tranquillo del pensiero. “Uomo felice a piedi nudi, cammino inebriato dei miei passi sullo specchio rilevigato senza posa dall’incresparsi lievissimo dell’onda”. L’introduzione di Maria Teresa Giaveri è una summa attenta nel tono e nei contenuti delle Ispirazioni: il Mediterraneo che racconta e traduce è arcaico e arcadico, e all’interno di questo paradosso convivono la grazia dell’acqua trasparente e le sfumature spaventose dei resti animali sul fondale, subito dopo una pesca abbondante.

articolo di Chiara Condò

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È una giornata di un’estate strana, nuvolosa, ovattata che non ha per nulla le sue fisionomie tipiche, sento addosso una sonnolenza decisamente fuori stagione, scivolo quasi per inerzia verso il mio stereo e quasi per irridere questo tempo infausto decido di ascoltare “Inverno” di Fabrizio De André. Come spesso succede quando si inizia ad ascoltare questi giganti della musica italiana, mi accade di trovarmi d’improvviso risucchiato dalle note tristi e dolenti di tutto l’album e mi lascio andare, le tracce mi avvolgono, ognuna a modo suo, in un percorso lungo nel quale si incontrano diverse forme di morte, si perché non solo la morte biologica ci angoscia, ma la morte psicologica, morale, mentale; morti dalle quali è possibile ma non facile rinascere. Senza volervi togliere il piacere di ascoltare questo capolavoro mi limiterò a descrivervi alcune sensazioni che mi hanno invaso durante l’ascolto: come ho già accennato tutto sembra pervaso dalla morsa soffocante della morte, dalla rabbia di un non senso, da un’impossibilità di trovare pace; ma come questa spasmodica paura riesca a stare insieme ad un costante spiraglio di speranza che De André tiene accuratamente vivo è la contraddizione che scotta.articolo di Giacomo FunariContinua a leggere sul blog…


È una giornata di un’estate strana, nuvolosa, ovattata che non ha per nulla le sue fisionomie tipiche, sento addosso una sonnolenza decisamente fuori stagione, scivolo quasi per inerzia verso il mio stereo e quasi per irridere questo tempo infausto decido di ascoltare “Inverno” di Fabrizio De André. Come spesso succede quando si inizia ad ascoltare questi giganti della musica italiana, mi accade di trovarmi d’improvviso risucchiato dalle note tristi e dolenti di tutto l’album e mi lascio andare, le tracce mi avvolgono, ognuna a modo suo, in un percorso lungo nel quale si incontrano diverse forme di morte, si perché non solo la morte biologica ci angoscia, ma la morte psicologica, morale, mentale; morti dalle quali è possibile ma non facile rinascere. Senza volervi togliere il piacere di ascoltare questo capolavoro mi limiterò a descrivervi alcune sensazioni che mi hanno invaso durante l’ascolto: come ho già accennato tutto sembra pervaso dalla morsa soffocante della morte, dalla rabbia di un non senso, da un’impossibilità di trovare pace; ma come questa spasmodica paura riesca a stare insieme ad un costante spiraglio di speranza che De André tiene accuratamente vivo è la contraddizione che scotta.

articolo di Giacomo Funari

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C’è un tempo giusto per ogni cosa e La versione di Barney di Mordecai Richler è uno di quei libri che va letto al momento giusto, altrimenti lo chiuderete dopo poche pagine, come ho fatto io la prima volta. Ma ai libri si dovrebbe sempre dare una seconda possibilità, così alla seconda lettura sono stata rapita da questo piccolo capolavoro.“Tutta colpa di Terry”, così inizia a raccontare la sua vita dissipata Barney Panofsky, l’anti-eroe per eccellenza, innescando subito la nostra genuina curiosità – che non si esaurirà mai, nemmeno a libro finito – perché ci chiediamo subito: chi diavolo è Terry?Se Barney, ormai oltre la sessantina, decide di mettere mano alla penna, è per colpa di Terry McIver, la sua nemesi, che nella sua autobiografia lo accusa per l’ennesima volta di omicidio (e non è l’unico) e di altre cattiverie e meschinità del tutto false e poco piacevoli.Così, fra una boccata di Montecristo e un bicchiere di whisky, con lunghe digressioni e alternando repentinamente passato e presente come in un film dai ritmi serrati, Barney ripercorre la sua vita.Figlio di un poliziotto ebreo, il folkloristico Izzy Panofsky, dal quartiere ebraico di Montreal parte per Parigi agli inizi degli anni Cinquanta, affascinato dai racconti dei viaggi in Europa dei grandi scrittori che leggeva nella sua stanza da ragazzo. Dopo il disastroso matrimonio con Clara torna in Canada, dove riversa le sue idee strampalate in sitcom dal dubbio successo, aprendo una casa di produzione dal nome Totally Unnecessary Production, a dimostrazione che l’autoironia di Barney non ha limite.articolo di Francesca L. LovecchioContinua a leggere sul blog…


C’è un tempo giusto per ogni cosa e La versione di Barney di Mordecai Richler è uno di quei libri che va letto al momento giusto, altrimenti lo chiuderete dopo poche pagine, come ho fatto io la prima volta. Ma ai libri si dovrebbe sempre dare una seconda possibilità, così alla seconda lettura sono stata rapita da questo piccolo capolavoro.
“Tutta colpa di Terry”, così inizia a raccontare la sua vita dissipata Barney Panofsky, l’anti-eroe per eccellenza, innescando subito la nostra genuina curiosità – che non si esaurirà mai, nemmeno a libro finito – perché ci chiediamo subito: chi diavolo è Terry?
Se Barney, ormai oltre la sessantina, decide di mettere mano alla penna, è per colpa di Terry McIver, la sua nemesi, che nella sua autobiografia lo accusa per l’ennesima volta di omicidio (e non è l’unico) e di altre cattiverie e meschinità del tutto false e poco piacevoli.
Così, fra una boccata di Montecristo e un bicchiere di whisky, con lunghe digressioni e alternando repentinamente passato e presente come in un film dai ritmi serrati, Barney ripercorre la sua vita.
Figlio di un poliziotto ebreo, il folkloristico Izzy Panofsky, dal quartiere ebraico di Montreal parte per Parigi agli inizi degli anni Cinquanta, affascinato dai racconti dei viaggi in Europa dei grandi scrittori che leggeva nella sua stanza da ragazzo. Dopo il disastroso matrimonio con Clara torna in Canada, dove riversa le sue idee strampalate in sitcom dal dubbio successo, aprendo una casa di produzione dal nome Totally Unnecessary Production, a dimostrazione che l’autoironia di Barney non ha limite.

articolo di Francesca L. Lovecchio

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Siamo andati a sentire i The National in questo posto bellissimo che è il Vittoriale di D’Annunzio. Del Vittoriale non abbiamo visto nulla ma abbiamo parcheggiato sotto gli ulivi e dietro il palco si vedeva il lago di Garda. Cioè non è che si vedeva proprio, che poi di notte il lago è nero e il cielo pure quindi al massimo si vedono le lucine gialle sull’altra riva ma uno lo sa che c’è e sorride e gli viene da pensare se mi stufo di guardare il concerto allora sposto un po’ lo sguardo e guardo il lago. Il fatto è che non ci si poteva stufate di guardare il concerto. Matt Berninger saltellava e scivolava qui e lì sul palco bagnato, lanciava tutto quello che gli passava per le mani, regalava bicchieri, correva in mezzo alle persone che si passavano il filo del microfono per le mani e nel frattempo cantava. E cantava pure bene, eh.articolo di ValentinaContinua a leggere sul blog…


Siamo andati a sentire i The National in questo posto bellissimo che è il Vittoriale di D’Annunzio. Del Vittoriale non abbiamo visto nulla ma abbiamo parcheggiato sotto gli ulivi e dietro il palco si vedeva il lago di Garda. Cioè non è che si vedeva proprio, che poi di notte il lago è nero e il cielo pure quindi al massimo si vedono le lucine gialle sull’altra riva ma uno lo sa che c’è e sorride e gli viene da pensare se mi stufo di guardare il concerto allora sposto un po’ lo sguardo e guardo il lago. Il fatto è che non ci si poteva stufate di guardare il concerto. Matt Berninger saltellava e scivolava qui e lì sul palco bagnato, lanciava tutto quello che gli passava per le mani, regalava bicchieri, correva in mezzo alle persone che si passavano il filo del microfono per le mani e nel frattempo cantava. E cantava pure bene, eh.

articolo di Valentina

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Immaginatevi una coppia di innamorati: lei sedicenne, frivola, un po’ superficiale, spensierata; lui, appena ventenne, serio, un po’ irruento, ex partigiano. Immaginateli con gli occhi della giovinezza, quell’età acerba e prepotente, in cui l’amore è tenero ma allo steso tempo travolgente, ancora ingenuo, ancora puro.Adesso, immaginate l’Italia del primo dopoguerra: un’Italia povera, semidistrutta, ancora dilaniata da fazioni politiche opposte, ben lontana dal conoscere quel benessere economico che avverrà col boom degli anni ‘60. La favola così cambia un po’, non è vero?È in questo clima di miseria umana e materiale che la storia di <strong>Carlo Cassola</strong> prende vita; un romanzo duro, amaro, ma infinitamente dolce grazie alla sua piccola, grande, eroina: Mara.Oltre il neorealismo, al di là della storicità, <strong><em>La ragazza di Bube</em></strong>, Premio Strega del 1960, è un romanzo che a buon diritto può essere annoverato nella narrativa di genere della letteratura di formazione.Due, infatti, sono le tematiche principali trattate nel romanzo: le vicende e i cambiamenti politici dell’epoca postbellica (affrontati prettamente da una prospettiva di tipo comunista), e lo sviluppo psico-emotivo di Mara, la ragazza di Bube, appunto. È da precisare, però, che la componente politica è più uno sfondo nella storia di Mara; una variabile che intercetta ed accompagna la ragazza durante il suo percorso individuale.articolo di Valentina PieralliContinua a leggere sul blog…


Immaginatevi una coppia di innamorati: lei sedicenne, frivola, un po’ superficiale, spensierata; lui, appena ventenne, serio, un po’ irruento, ex partigiano. Immaginateli con gli occhi della giovinezza, quell’età acerba e prepotente, in cui l’amore è tenero ma allo steso tempo travolgente, ancora ingenuo, ancora puro.

Adesso, immaginate l’Italia del primo dopoguerra: un’Italia povera, semidistrutta, ancora dilaniata da fazioni politiche opposte, ben lontana dal conoscere quel benessere economico che avverrà col boom degli anni ‘60. La favola così cambia un po’, non è vero?
È in questo clima di miseria umana e materiale che la storia di <strong>Carlo Cassola</strong> prende vita; un romanzo duro, amaro, ma infinitamente dolce grazie alla sua piccola, grande, eroina: Mara.
Oltre il neorealismo, al di là della storicità, <strong><em>La ragazza di Bube</em></strong>, Premio Strega del 1960, è un romanzo che a buon diritto può essere annoverato nella narrativa di genere della letteratura di formazione.

Due, infatti, sono le tematiche principali trattate nel romanzo: le vicende e i cambiamenti politici dell’epoca postbellica (affrontati prettamente da una prospettiva di tipo comunista), e lo sviluppo psico-emotivo di Mara, la ragazza di Bube, appunto. È da precisare, però, che la componente politica è più uno sfondo nella storia di Mara; una variabile che intercetta ed accompagna la ragazza durante il suo percorso individuale.

articolo di Valentina Pieralli

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Piuttosto che amore, denaro o fama, datemi la verità. Mi sedetti a una tavola imbandita con cibi ricchi, vino abbondante e servi ossequiosi, ma alla quale mancavano la sincerità e la verità; e partii affamato da quel desco inospitale. L’accoglienza era fredda come i gelati. Pensai che non occorreva metterli in ghiaccio per conservarli. Mi parlarono dell’annata del vino e della rinomanza di quella vendemmia; ma io pensavo a un vino più vecchio, più puro e più nuovo, tratto da una vendemmia più splendida che loro non potevano ottenere né potrebbero comprare. Non mi importava nulla dello stile, della casa, delle terre o dell”intrattenimento’. Andai a salutare il re, ma mi fece fare anticamera, e si comportò come se fosse incapace di essere ospitale. Vicino a casa mia c’era un tale che viveva nel cavo di un albero. Avrei fatto meglio ad andare a far visita a lui, poiché le sue maniere erano veramente regali.

—Henry David Thoreau, Walden


Tre giorni sono davvero pochissimi per poter fare un elenco completo di cose da vedere.
Certamente non bisogna perdersi Edimburgo e Inverness, due città molto diverse ma fedeli portatrici dell’anima scozzese. Non solo turismo, negozi e bancarelle, ma anche una buona immersione nella Scozia vera, basta trovare il tempo di perdersi nei viottoli e qualche scusa per parlare con la gente.
A Edimburgo perdetevi nei cimiteri sempre aperti, tenetevi libero un sabato sera per il concerto dei Rantum Scantum a The Scotsman’s Lounge. Anche la parte nuova della città merita una breve visita. Edimburgo ospita il Parlamento più strano che abbia mai visto!
L’area intorno a Edimburgo e tutte le Highland sono luoghi imperdibili, anche se gli appassionati di Storia potrebbero rimanere delusi dal fatto che quasi la totalità dei luoghi di interesse sono accessibili solo a pagamento. In generale vengono tutti raccolti nel circuito turistico “Historic Scotland” e in ognuno di essi è reperibile una mappa che illustra l’ubicazione di tutti gli altri punti d’interesse. Delle località del circuito ho avuto modo di visitare soltanto il castello di Urquhart sul lago di Lochness, un’esperienza bellissima che tuttavia si merita forse meno di 7£.testo e foto di Michael MicciContinua a leggere sul blog e ascolta la playlist…


Tre giorni sono davvero pochissimi per poter fare un elenco completo di cose da vedere. Certamente non bisogna perdersi Edimburgo e Inverness, due città molto diverse ma fedeli portatrici dell’anima scozzese. Non solo turismo, negozi e bancarelle, ma anche una buona immersione nella Scozia vera, basta trovare il tempo di perdersi nei viottoli e qualche scusa per parlare con la gente. A Edimburgo perdetevi nei cimiteri sempre aperti, tenetevi libero un sabato sera per il concerto dei Rantum Scantum a The Scotsman’s Lounge. Anche la parte nuova della città merita una breve visita. Edimburgo ospita il Parlamento più strano che abbia mai visto! L’area intorno a Edimburgo e tutte le Highland sono luoghi imperdibili, anche se gli appassionati di Storia potrebbero rimanere delusi dal fatto che quasi la totalità dei luoghi di interesse sono accessibili solo a pagamento. In generale vengono tutti raccolti nel circuito turistico “Historic Scotland” e in ognuno di essi è reperibile una mappa che illustra l’ubicazione di tutti gli altri punti d’interesse. Delle località del circuito ho avuto modo di visitare soltanto il castello di Urquhart sul lago di Lochness, un’esperienza bellissima che tuttavia si merita forse meno di 7£.

testo e foto di Michael Micci

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A poche settimane di distanza dall’uscita dei singoli Hunger Of The Pine e Left Hand Free, gli Alt-J presentano in anteprima sulla BBC Radio un terzo e nuovo pezzo, Every Other Freckle, che farà anche esso parte del secondo album This Is All Yours, in uscita il 22 Settembre. Dall’esplosione elettronica ed un insolito sample targato Miley Cyrus in Hunger Of The Pine, ed un “non molto Alt-J”- folk-rock anni ’70 di Left Hand Free, si passa ad un brano più in loro stile, strumentalmente parlando, sebbene si percepisca la mancanza del basso di Gwin Sailsbury, che, ricordiamo, ha deciso di lasciare la band. Every Other Freckle si presenta come una fusione di diversi generi, accompagnati da un canto ossessivo e lussurioso alternato a cori e interludi.articolo di Sabrina FragapaneContinua a leggere sul blog e ascolta le canzoni&#8230;


A poche settimane di distanza dall’uscita dei singoli Hunger Of The Pine e Left Hand Free, gli Alt-J presentano in anteprima sulla BBC Radio un terzo e nuovo pezzo, Every Other Freckle, che farà anche esso parte del secondo album This Is All Yours, in uscita il 22 Settembre. Dall’esplosione elettronica ed un insolito sample targato Miley Cyrus in Hunger Of The Pine, ed un “non molto Alt-J”- folk-rock anni ’70 di Left Hand Free, si passa ad un brano più in loro stile, strumentalmente parlando, sebbene si percepisca la mancanza del basso di Gwin Sailsbury, che, ricordiamo, ha deciso di lasciare la band. Every Other Freckle si presenta come una fusione di diversi generi, accompagnati da un canto ossessivo e lussurioso alternato a cori e interludi.

articolo di Sabrina Fragapane

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Ma qualcuno si è mai accorto della bellezza di Londra di notte? In piena notte, quando i ponti e le stazioni si riposano in silenzio e si sgranchiscono dopo i passi pesanti ed incuranti della città vorace. Alle tre e trenta del mattino c’è solo il Tower Bridge che ti guarda in lontananza e che ti sorveglia il cammino. Non sento altro rumore che quello dei miei passi. Di sicuro c’è qualcuno che sogna, dentro i puntini di luce artificiale che costellano il paesaggio urbano. Io invece ripercorro nel silenzio i pochi giorni trascorsi in Gran Bretagna. Ho messo piede in Scozia, si fa per dire: principalmente ho ritrovato le strade interrotte. Si sono ricongiunte a Edimburgo, nel grigio fumoso di una città antica ma vivace. I Greyfriars e altri cimiteri, gli slanci gotici dei tetti e delle magre vetrate, rilasciano un sentore di decadenza che non fa mai male all’arte. C’è chi sta in un bar a scrivere libri, chi nello stesso bar trascorre la notte a suonare, insieme a un boccale di birra e a un vecchio amico violinista, talmente bravo, spettinato e sfatto da riuscire persino a farsi perdonare di essere inglese. Edimburgo ispira versi e storie di fantasmi, raccontate a voce alta, spesso in una lingua antica e sconosciuta, riesumata solo in questi echi di passato. Sulle sue strade si improvvisa l’arte, anche quella del semplice stare insieme, e si dispensa un po’ di vita. Non importa il risultato, basta esser presenti e far passare la notte.

testo e foto di Michael Micci

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