Un annetto fa una ragazza mi fece vedere un film con Jim Carrey, scusandosi per altro in anticipo della qualità del lungometraggio in quanto aveva tutti i possibili difetti di un film: disprezzato dai critici, snobbato dai cinefili e, soprattutto, apprezzato dai teenager. Tutti fattori che a dire il vero non mi preoccuparono troppo, o comunque non quanto la presenza di Jim Carrey, che mi costringe ogni volta a perdere il filo per chiedermi “ma perché fa così con la faccia?”. Non sto dicendo che sia un pessimo attore: è perfetto quando c’è da interpretare un malato mentale, come fa tra l’altro anche per buona parte di questo film. Ad ogni modo non voglio dilungarmi troppo su quanto m’indisponga Jim Carrey (confido che lo disprezziate già quanto basta senza il mio incentivo), voglio parlare di questo film. E di altri due, ma prima di questo.Eternal Sunshine of the Spotless Mind (o, com’è stato tradotto senza che nessuno s’impensierisse minimamente di spoilerare tutto, Se mi lasci ti cancello), è una banale storia per anime semplici alla ricerca d’emozioni che ci sollevino dalla povertà dei rapporti umani. Poveri perché pochi, e poveri perché spesso sono un’espressione della pochezza umana anche laddove vi siano. Una sorta di Beautiful fantascientifico in cui quello che principalmente fa lo spettatore è cercare d’indovinare se i protagonisti alla fine torneranno insieme, o si lasceranno, o… in realtà credo queste due eventualità comprendano ogni possibile epilogo.E non spaventatevi alla parola “fantascientifico”, non implica robot assassini o strambi umanoidi, – a parte Jim Carrey – semplicemente il film si svolge in un futuro molto prossimo in cui saremo in grado di manipolare i ricordi.Quello che a chiunque probabilmente verrebbe da chiedersi è qualcosa tipo: sì, ma come va avanti poi la storia tra te e questa tipa? Posso dire che abbiamo fatto sesso (non quella sera, quella sera avevo visto Jim Carrey con le sue smorfie zoomorfe e non avrei mai potuto riuscirci), e continuiamo a farlo tutt’oggi. Questo significa due cose: la prima è che evidentemente non siamo ancora pronti per il matrimonio, la seconda è che il film così malaccio non doveva essere.articolo di Daniele Passaro (dapa)Continua a leggere sul blog…


Un annetto fa una ragazza mi fece vedere un film con Jim Carrey, scusandosi per altro in anticipo della qualità del lungometraggio in quanto aveva tutti i possibili difetti di un film: disprezzato dai critici, snobbato dai cinefili e, soprattutto, apprezzato dai teenager. Tutti fattori che a dire il vero non mi preoccuparono troppo, o comunque non quanto la presenza di Jim Carrey, che mi costringe ogni volta a perdere il filo per chiedermi “ma perché fa così con la faccia?. Non sto dicendo che sia un pessimo attore: è perfetto quando c’è da interpretare un malato mentale, come fa tra l’altro anche per buona parte di questo film. Ad ogni modo non voglio dilungarmi troppo su quanto m’indisponga Jim Carrey (confido che lo disprezziate già quanto basta senza il mio incentivo), voglio parlare di questo film. E di altri due, ma prima di questo.

Eternal Sunshine of the Spotless Mind (o, com’è stato tradotto senza che nessuno s’impensierisse minimamente di spoilerare tutto, Se mi lasci ti cancello), è una banale storia per anime semplici alla ricerca d’emozioni che ci sollevino dalla povertà dei rapporti umani. Poveri perché pochi, e poveri perché spesso sono un’espressione della pochezza umana anche laddove vi siano. Una sorta di Beautiful fantascientifico in cui quello che principalmente fa lo spettatore è cercare d’indovinare se i protagonisti alla fine torneranno insieme, o si lasceranno, o… in realtà credo queste due eventualità comprendano ogni possibile epilogo.

E non spaventatevi alla parola “fantascientifico”, non implica robot assassini o strambi umanoidi, – a parte Jim Carrey – semplicemente il film si svolge in un futuro molto prossimo in cui saremo in grado di manipolare i ricordi.

Quello che a chiunque probabilmente verrebbe da chiedersi è qualcosa tipo: sì, ma come va avanti poi la storia tra te e questa tipa? Posso dire che abbiamo fatto sesso (non quella sera, quella sera avevo visto Jim Carrey con le sue smorfie zoomorfe e non avrei mai potuto riuscirci), e continuiamo a farlo tutt’oggi. Questo significa due cose: la prima è che evidentemente non siamo ancora pronti per il matrimonio, la seconda è che il film così malaccio non doveva essere.

articolo di Daniele Passaro (dapa)

Continua a leggere sul blog…


Nel 1985 il mondo aspettava ancora di cogliere i frutti di un secolo che sotto la maggior parte degli aspetti si era rivelato per lo più disastroso. Quelli di quegli anni erano solo i primordi della grande rivoluzione tecnologica; le porte serrate del comunismo ad Oriente, che ancora stentavano a schiudersi, compromettevano un piano di stabilità politica globale popolarmente agognato dall’immediato post secondo conflitto mondiale; gli agi del grande benessere economico in Italia erano finiti ormai da un decennio e con grande fatica gli italiani arrancavano sotto il peso di una situazione finanziaria solo apparentemente in lieve ripresa.Pensare al nuovo millennio, seppur prossimo, era un investimento destinato a fallire: le questioni economiche, politiche, sociali e perfino culturali congestionavano con preoccupazione il presente. È in questo contesto che si innescò, dunque, un sorprendente meccanismo, ancor oggi valido, che subentra in momenti di crisi sociale particolarmente profondi. Laddove i più si spendono perché oberati dalle questioni del presente, e con fatica al presente rivolgono i loro sforzi, i più lungimiranti guardano al futuro, che appartiene alla nostra come alla generazioni immediatamente prossime, per far si che queste ultime abbiano in garanzia dai propri predecessori un bagaglio di valori, che spaziano dalla mera e spicciola disponibilità e benessere economico alle più profonde eredità conoscitive e intellettuali, per non lasciare che un attualità critica e sterile prosciughi e inaridisca il tempo in cui viviamo, diretto nostro lascito alle generazioni future. Si comprende bene che alle porte di un nuovo millennio questo discorso assumeva una validità e un’importanza imprescindibili, seppur trascurate. Nel 1985 Italo Calvino condensava in una summa letteraria Lezioni americane, appartenenti sì ad un ambito genuinamente letterario – questa doveva essere la materia di riferimento così come indicato dall’Università di Harvard che le commissionò all’autore ligure che ricordiamo come pietra miliare della letteratura contemporanea italiana, neorealista di manifesto, in occasione delle cosiddette Poetry Lectures – ma che di fatto si presentano come memorabili lezioni di vita e di morale.articolo di Angelo StummoContinua a leggere sul blog…


Nel 1985 il mondo aspettava ancora di cogliere i frutti di un secolo che sotto la maggior parte degli aspetti si era rivelato per lo più disastroso. 

Quelli di quegli anni erano solo i primordi della grande rivoluzione tecnologica; le porte serrate del comunismo ad Oriente, che ancora stentavano a schiudersi, compromettevano un piano di stabilità politica globale popolarmente agognato dall’immediato post secondo conflitto mondiale; gli agi del grande benessere economico in Italia erano finiti ormai da un decennio e con grande fatica gli italiani arrancavano sotto il peso di una situazione finanziaria solo apparentemente in lieve ripresa.

Pensare al nuovo millennio, seppur prossimo, era un investimento destinato a fallire: le questioni economiche, politiche, sociali e perfino culturali congestionavano con preoccupazione il presente. È in questo contesto che si innescò, dunque, un sorprendente meccanismo, ancor oggi valido, che subentra in momenti di crisi sociale particolarmente profondi. 

Laddove i più si spendono perché oberati dalle questioni del presente, e con fatica al presente rivolgono i loro sforzi, i più lungimiranti guardano al futuro, che appartiene alla nostra come alla generazioni immediatamente prossime, per far si che queste ultime abbiano in garanzia dai propri predecessori un bagaglio di valori, che spaziano dalla mera e spicciola disponibilità e benessere economico alle più profonde eredità conoscitive e intellettuali, per non lasciare che un attualità critica e sterile prosciughi e inaridisca il tempo in cui viviamo, diretto nostro lascito alle generazioni future. Si comprende bene che alle porte di un nuovo millennio questo discorso assumeva una validità e un’importanza imprescindibili, seppur trascurate. Nel 1985 Italo Calvino condensava in una summa letteraria Lezioni americaneappartenenti sì ad un ambito genuinamente letterario  questa doveva essere la materia di riferimento così come indicato dall’Università di Harvard che le commissionò all’autore ligure che ricordiamo come pietra miliare della letteratura contemporanea italiana, neorealista di manifesto, in occasione delle cosiddette Poetry Lectures  ma che di fatto si presentano come memorabili lezioni di vita e di morale.

articolo di Angelo Stummo

Continua a leggere sul blog…



Per tre ore e venti di film, Il regno d’inverno di Nure Bilge Ceylan, (che passano bene, e io non amo i megalungometraggi) tra campi lunghi, prese di dettaglio e dialoghi, in una messa in scena assai teatrale che oltre a Cechov, mi ha riesumato qualche piccolo eco Bergmaniano. I dialoghi – a volte shakespeariani e a volte esasperanti da certo cinema americano – fanno cavillare tra loro i personaggi, alla ricerca di una ragione prevaricante, e li mostrano appieno, pregi e difetti; coerenze e contraddizioni.

recensione di Andrea Amadori

Continua a leggere sul blog…


Un’isola nel Mediterraneo, due nuclei famigliari, una casa tra gli scogli, un gommone, una grotta. E, sopra, questo sole bianco come la carta, un sole che brucia la pelle salata, che denuda e rende spogli. E una porta di legno vecchio che si rompe in uno scatto d’ira, e due bambini sotto al letto. E il sesso scomodo, irritato come le parole pronunciate a mezza bocca, senza via d’uscita.Barcazza, fumetto di Francesco Cattani edito da Canicola, è uno squarcio su di un frammento di vita comune in una famiglia come tante, subito richiuso prima di trarne una storia ma aperto abbastanza a fondo da vedere dentro alle dinamiche irrisolte di una vacanza senza uscita.Il sesso è il centro del fumetto e lo popola anche sotto mentite spoglie. Emerge dai corpi abbandonati al sole come da quella maniglia divelta dal legno della porta, come dai fichi su quella terrazza circolare. Tutto è corpo, anche gli scogli e il mare, e tutto è torbido, anche il rapporto tra zia e nipote o quello tra cugini, ma senza ascesi: è un sesso degradato all’organico, alla frizione dei corpi, a una fisicità scabra che lo svuota della sua componente passionale rendendolo atroce nel suo ruolo di estrema via di fuga dagli scazzi e dalle tensioni dei personaggi. Un sesso scomodo, asciutto, irritante ma immanente – come fosse l’immagine di una vita intera dove il pruriginoso è degradato a prurito.recensione di Riccardo VessaContinua a leggere sul blog…


Un’isola nel Mediterraneo, due nuclei famigliari, una casa tra gli scogli, un gommone, una grotta. E, sopra, questo sole bianco come la carta, un sole che brucia la pelle salata, che denuda e rende spogli. E una porta di legno vecchio che si rompe in uno scatto d’ira, e due bambini sotto al letto. E il sesso scomodo, irritato come le parole pronunciate a mezza bocca, senza via d’uscita.Barcazza, fumetto di Francesco Cattani edito da Canicola, è uno squarcio su di un frammento di vita comune in una famiglia come tante, subito richiuso prima di trarne una storia ma aperto abbastanza a fondo da vedere dentro alle dinamiche irrisolte di una vacanza senza uscita.

Il sesso è il centro del fumetto e lo popola anche sotto mentite spoglie. Emerge dai corpi abbandonati al sole come da quella maniglia divelta dal legno della porta, come dai fichi su quella terrazza circolare. Tutto è corpo, anche gli scogli e il mare, e tutto è torbido, anche il rapporto tra zia e nipote o quello tra cugini, ma senza ascesi: è un sesso degradato all’organico, alla frizione dei corpi, a una fisicità scabra che lo svuota della sua componente passionale rendendolo atroce nel suo ruolo di estrema via di fuga dagli scazzi e dalle tensioni dei personaggi. Un sesso scomodo, asciutto, irritante ma immanente – come fosse l’immagine di una vita intera dove il pruriginoso è degradato a prurito.

recensione di Riccardo Vessa

Continua a leggere sul blog…


Prima la rubrichina abitava in una casa diversa, che ora non c’è più. Ora ha trovato un posto nuovo qui, in una casa sull’albero. Unacanzoneunlibrounfilm è una rubrichina a cadenza bisettimanale composta da una canzone, un libro e un film, semplicemente. Non sono consigli, non sono le ultime uscite o novità, è solo ciò che ho piacere di condividere, se vi va. Abbiatene cura. rubrica di Laura LaliContinua a leggere sul blog…


Prima la rubrichina abitava in una casa diversa, che ora non c’è più. Ora ha trovato un posto nuovo qui, in una casa sull’albero.

Unacanzoneunlibrounfilm
è una rubrichina a cadenza bisettimanale composta da una canzone, un libro e un film, semplicemente. Non sono consigli, non sono le ultime uscite o novità, è solo ciò che ho piacere di condividere, se vi va.

Abbiatene cura.

rubrica di Laura Lali

Continua a leggere sul blog…



Per quanto si possa leggere e studiare un pittore, niente sarà efficace come trovarsi di fronte ai suoi quadri. La retrospettiva di Marc Chagall, al Palazzo Reale di Milano, è l’occasione per permettere a questo artista di presentarsi a noi, lasciando cadere ogni passiva conoscenza acquisita finora. Non è solo il pittore degli amanti, della relazione amorosa gioiosa: in questo percorso biografico immenso Chagall incarna l’Europa che cerca la bellezza nelle sue diverse radici, che attinge da tutto ciò che lo tocca trasformando il suo percorso artistico in una sintesi senza tempo. Chagall non è solo origini russe, non è solo tradizioni ebraiche o influenze europee, francesi e tedesche, è qualcosa di superiore, un’immersione profonda in ogni realtà che nella sua lunga carriera vive, ma senza freni, senza gabbie che lo rinchiudano dentro una corrente artistica precisa. 

La mostra, attiva fino al 1 febbraio 2015, poggiandosi sull’autobiografia prodotta intorno agli anni Venti del Novecento e recuperata solo negli anni Settanta da Obolenskij, affronta le tappe della sua vita in maniera dettagliata e meticolosa. In questo modo allo spettatore viene conferito il potere di notare individualmente i mutamenti di stile di Chagall: i dipinti di Vitebsk, sua città natale, sono ricchi di espressività cromatica, simile a quella definita da alcuni movimenti artistici ai quali si avvicinerà quando nel 1911 farà il suo primo viaggio a Parigi. Qui, oltre ad incontrare e instaurare rapporti con personaggi del calibro di Apolinnaire e Modigliani, il pittore russo si avvicina al linguaggio delle avanguardie che unirà a immagini e contesti di tradizioni russa ed ebraica, producendo opere come Il poeta Mazin, dove sovrappone una costruzione dello spazio fortemente cubista, a un contesto di chiaro rimando russo. Ed è proprio in questo momento di prima sperimentazione che compaiono i famosi elementi simbolici noti a tutti nella sua pittura: frequentissimi sono gli oggetti legati alla tradizione ebraica e gli animali, come ad esempio il muso della mucca che per la prima volta compare in Io e il mio Paese, dipinto realizzato nel 1911 durante il soggiorno parigino, che terminerà dopo il 1912 con il rientro in Russia. 

Chagall ritorna a casa con un bagaglio culturale ricco e riprende ad affrontare temi a lui molto cari come la famiglia, la casa natale e il proprio paese con un arricchimento tecnico-artistico notevole. Vi è un ritorno alle origini per quanto riguarda i contesti e i temi, ma un perfezionamento dello stile che inevitabilmente sente ancora l’influenza forte delle correnti espressioniste e cubiste e della scuola di Parigi. Il tema che però troneggia su tutti è quello amoroso: a questo punto della mostra ci viene presentata l’amata Bella e il tema degli amanti, che si svilupperà per tutto il corso della sua vita, perfettamente racchiuso nel dipinto Il compleanno, prodotto nel 1915, che riassume e descrive l’esaltazione gioiosa dell’unione dei due amanti, quel senso di leggerezza che fa librare in aria i corpi in una stanza satura del sentimento amoroso che però non tralascia il contesto e lo arricchisce di minuziosi dettagli.

recensione di Elisa Lipari

Vedi gli altri disegni e continua a leggere sul blog…


Le tirate umorali sono sempre le più efficaci. Ti alleggeriscono in qualche modo. E lo scrivente ne trae spunto per raccontare una settimana en travesti vissuta pericolosamente (si fa per dire).Nasce tutto da uno spettacolo che era in programma per venerdì scorso, nel carcere di Rebibbia. Il coro delle trans incarcerate doveva partecipare a un omaggio a Fabrizio De Andrè e alla canzone d’autore della scuola genovese, ricordando Princesa e il brano a lei dedicato. Le trans non si sono esibite però. Pare ci siano stati problemi burocratici. Pare. Qualcuno mi fa notare che il niet arriva a pochi giorni dalla puntata di Storie maledette (Rai Tre) in cui la cofanata Franca Leosini, in terza serata, sfiora appena la zona rossa raccontando la vicenda di Alessandra Bernaroli, marito diventata moglie che non vuole divorziare dalla propria mogliera (lode al favoloso titolista leosiniano: “Sono la moglie di mia moglie”).Ci si era interessati perché, nel frattempo, si assisteva a gustosissima dichiarazione bellica: quella di Amazon contro gli egemoni di Hbo (citiamo alcune delle ultime: Il trono di spade, The Newsroom, True detective) - e la parente stretta Cinemax (The Knick) -, di Netflix (House of cards, Orange is the new black) e di Abc (dove Shonda Rhimes dimostra di meritarsi la pagnotta: Scandal e il nuovo How to get away with murder). Già, perché se è vero che le guerre sono cosa non trascurabile - tranne quando l’Isis ti stuzzica minacciandoti la Capitale e le repliche sul pezzo non possono che transitare per l’intasamento del GRA: califfato avvisato, mezzo salvato -, ce ne sono di altrettanto non trascurabili che si disputano pur senza F-35. Si disputano su altri fronti. Tra questi, appunto, c’è la serialità tv e ciò che tv non è ma è come se lo fosse (on demand). E al momento quella infuriante ha aperto diverse situation room.Il cannoneggiamento della concorrenza da parte dei riservisti di Amazon avviene con lo sgancio da parte di Jill Soloway (Six Feet Under) di Transparent, dieci puntate in tutto, rese disponibili in due fasi: prima il pilot, a marzo, poi le altre nove su piatto unico, a settembre.recensione di Ross Di GioiaContinua a leggere sul blog…


Le tirate umorali sono sempre le più efficaci. Ti alleggeriscono in qualche modo. E lo scrivente ne trae spunto per raccontare una settimana en travesti vissuta pericolosamente (si fa per dire).

Nasce tutto da uno spettacolo che era in programma per venerdì scorso, nel carcere di Rebibbia. Il coro delle trans incarcerate doveva partecipare a un omaggio a Fabrizio De Andrè e alla canzone d’autore della scuola genovese, ricordando Princesa e il brano a lei dedicato. Le trans non si sono esibite però. Pare ci siano stati problemi burocratici. Pare. Qualcuno mi fa notare che il niet arriva a pochi giorni dalla puntata di Storie maledette (Rai Tre) in cui la cofanata Franca Leosini, in terza serata, sfiora appena la zona rossa raccontando la vicenda di Alessandra Bernaroli, marito diventata moglie che non vuole divorziare dalla propria mogliera (lode al favoloso titolista leosiniano: “Sono la moglie di mia moglie”).

Ci si era interessati perché, nel frattempo, si assisteva a gustosissima dichiarazione bellica: quella di Amazon contro gli egemoni di Hbo (citiamo alcune delle ultime: Il trono di spade, The Newsroom, True detective) - e la parente stretta Cinemax (The Knick) -, di Netflix (House of cards, Orange is the new black) e di Abc (dove Shonda Rhimes dimostra di meritarsi la pagnotta: Scandal e il nuovo How to get away with murder). Già, perché se è vero che le guerre sono cosa non trascurabile - tranne quando l’Isis ti stuzzica minacciandoti la Capitale e le repliche sul pezzo non possono che transitare per l’intasamento del GRA: califfato avvisato, mezzo salvato -, ce ne sono di altrettanto non trascurabili che si disputano pur senza F-35. Si disputano su altri fronti. Tra questi, appunto, c’è la serialità tv e ciò che tv non è ma è come se lo fosse (on demand). E al momento quella infuriante ha aperto diverse situation room.

Il cannoneggiamento della concorrenza da parte dei riservisti di Amazon avviene con lo sgancio da parte di Jill Soloway (Six Feet Under) di Transparent, dieci puntate in tutto, rese disponibili in due fasi: prima il pilot, a marzo, poi le altre nove su piatto unico, a settembre.

recensione di Ross Di Gioia

Continua a leggere sul blog…


Le figurine. Mi aspettavo solo delle figurine entrando al Teatro Persiani di Recanati, ieri sera, per l’anteprima nazionale de Il giovane favoloso di Mario Martone. D’altronde anche l’accoglienza in costume delle tante comparse presenti per l’occasione non lasciava sperare altrimenti. Gli abiti neri lunghi, le gonnone, le facce calcate e severe del matrigno borgo natìo: sembrava di essere piombati in American Gothic di Grant Wood.
Sul palco si susseguono il sindaco – a celebrare il consueto sacramento della riconciliazione fra Recanati e il suo genio – e la bella “Silvia”, interpretata da una graziosa macellaia autoctona, che non so quanto rispecchi la Silvia del tempo ma di sicuro rispecchia la Silvia di oggi, infatti è identica alla Boschi.
Poi per la fortuna mia e di tutti il film incomincia. Schermo nero e parte un pizzicato da carillon inquieto: l’atmosfera cambia. Il pizzicato si scopre essere K&F Thema, di Apparat come tutte le stupende apnee musicali successive Goodbye, LightOn e 44.
Questa vibrazione postmoderna (un po’ come quella che si avvertiva in Marie Antoinette della Coppola) ricama e ravviva alcuni momenti stupendi e necessari. Momenti rari, è vero, ma non importa perché poi sono questi a restare. Tanto più frequenti sono le scene di un Leopardi solo et pensoso, tante quante le volte in cui Giacomo pronuncia, scrive, e addirittura rivendica la parola malinconia: troppe.

recensione di Eleonora Corvatta

Vedi le altre foto e continua a leggere sul blog…


Tutti amano Justin Vernon – o Bon Iver, o Volcano Choir, o tutte le sue decine di alter-ego. E tutti amano le tonalità minori. Quelle tonalità che le dita callose di Damien Rice soffiano fuori dalla chitarra un po’ marcia e che si rendono il tappeto perfetto su cui far scivolare il graffio profondo della sua voce, che poi è il suono che fa un’anima grande quando si scontra con la vita. Anche il legno della chitarra, nelle più recenti apparizioni, è in parte macchiato e sfogliato, il suono più sporco, come se lo strumento dovesse vivere, così come colui che lo suona, e presentare i segni del tempo e le ferite accumulate.Be’, la premessa serve solo a far capire quel che ho pensato dal primo secondo successivo all’inserimento di At Glade nel lettore cd. At Glade è il primo disco di inediti di Fismoll, nome d’arte di Arkadiusz Glensk, per i quattro tristi alternativi che lo conoscono. Fis-moll, in ambito tedescofono, sta per il fa diesis minore; uno degli accordi delle canzoni tristi, per intenderci.Il secondo pensiero che ha preso forma nella mia mente è stato: tutti amano l’Islanda. Voglio dire: se da una città della Polonia occidentale comincia a farsi strada, appena maggiorenne, un artista che in un sound essenziale e ipnotico riesce a tenere insieme Vernon, Rice e la migliore sperimentazione islandese (penso a Ólafur Arnalds e Sigur Rós su tutti), allora gli artisti citati devono aver vinto il cuore del pubblico universale.recensione di Michael MicciContinua a leggere sul blog…


Tutti amano Justin Vernon – o Bon Iver, o Volcano Choir, o tutte le sue decine di alter-ego. E tutti amano le tonalità minori. Quelle tonalità che le dita callose di Damien Rice soffiano fuori dalla chitarra un po’ marcia e che si rendono il tappeto perfetto su cui far scivolare il graffio profondo della sua voce, che poi è il suono che fa un’anima grande quando si scontra con la vita. Anche il legno della chitarra, nelle più recenti apparizioni, è in parte macchiato e sfogliato, il suono più sporco, come se lo strumento dovesse vivere, così come colui che lo suona, e presentare i segni del tempo e le ferite accumulate.

Be’, la premessa serve solo a far capire quel che ho pensato dal primo secondo successivo all’inserimento di At Glade nel lettore cd. At Glade è il primo disco di inediti di Fismoll, nome d’arte di Arkadiusz Glensk, per i quattro tristi alternativi che lo conoscono. Fis-moll, in ambito tedescofono, sta per il fa diesis minore; uno degli accordi delle canzoni tristi, per intenderci.

Il secondo pensiero che ha preso forma nella mia mente è stato: tutti amano l’Islanda. Voglio dire: se da una città della Polonia occidentale comincia a farsi strada, appena maggiorenne, un artista che in un sound essenziale e ipnotico riesce a tenere insieme Vernon, Rice e la migliore sperimentazione islandese (penso a Ólafur Arnalds e Sigur Rós su tutti), allora gli artisti citati devono aver vinto il cuore del pubblico universale.

recensione di Michael Micci

Continua a leggere sul blog…

Qualcuno mi ama. Un fumetto di Marco Aicardi per Una casa sull’albero.Leggilo sul blog…


Qualcuno mi ama. Un fumetto di Marco Aicardi per Una casa sull’albero.

Leggilo sul blog…