Non è una scoperta ma come le cose belle che non ti aspetti ha il sapore della rivelazione, di quelle che fanno bene al cuore. Occhi chiusi e respirare. Sia Kate Isobelle Furler è una splendida e incasinata bimba grande di trentotto anni, occhi calamita e caschetto biondo platino. Scrive canzoni per le sue amiche Beyonce, Rihanna, Britney e Katy, suona con diversi gruppi, scrive colonne sonore, collabora con amici come David Byrne e David Guetta e parallelamente segue il suo percorso solista. Una moltitudine. Qualche settimana fa è uscito il suo ultimo album 1000 forms of fears e sbabaaaaam-che-disco. Ha deciso di cantare di spalle, ma arriva potente come se ti stesse guardando dritto negli occhi: capace di toccare tutti i nervi scoperti, chirurgica, di una dolcezza sottile e non stucchevole, ha il potere di catturarti e non farti smettere di ascoltarla.post-it di Laura LaliContinua a leggere sul blog e ascolta le canzoni…


Non è una scoperta ma come le cose belle che non ti aspetti ha il sapore della rivelazione, di quelle che fanno bene al cuore. Occhi chiusi e respirare. Sia Kate Isobelle Furler è una splendida e incasinata bimba grande di trentotto anni, occhi calamita e caschetto biondo platino. Scrive canzoni per le sue amiche Beyonce, Rihanna, Britney e Katy, suona con diversi gruppi, scrive colonne sonore, collabora con amici come David Byrne e David Guetta e parallelamente segue il suo percorso solista. Una moltitudine. 

Qualche settimana fa è uscito il suo ultimo album 1000 forms of fears e sbabaaaaam-che-disco. Ha deciso di cantare di spalle, ma arriva potente come se ti stesse guardando dritto negli occhi: capace di toccare tutti i nervi scoperti, chirurgica, di una dolcezza sottile e non stucchevole, ha il potere di catturarti e non farti smettere di ascoltarla.

post-it di Laura Lali

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Come si gestisce il dolore? Qualcuno ha letto in giro di un corso, un master, un bachelor’s degree sull’argomento? I Management del dolore post-operatorio offrono a tutti gli interessati una buona modalità di approccio al problema. Senza tanti complimenti i cinque ragazzi di Lanciano vanno dritti al punto, e quasi ci si schiantano, mescolandosi alle parole di Paolo Maria Cristalli (opera d’arte in persona, incoronato maestro di poetica) e alle immagini circensi di Giuseppe Veneziano (autore dell’opera in copertina), che sono perfetti interpreti dello spirito dell’assurdo, veri profeti d’oggi. Prendiamo l’ultimo lavoro dei MaDeDoPo uscito pochi mesi fa per la Martelabel: rispetto ad Auff! (2012), dove il disagio era dettato da preoccupazioni perlopiù sociali (la corruzione dell’ambiente accademico in Norman, la pornografia politica in Pornobisogno, il perbenismo malato dei borghesi in Nei palazzi), McMao (maggio 2014) rivela un mondo tratteggiato più intimamente, sempre a tinte forti, fortissime, finanche violente, ma sostanziato di eventi privati. Ci compaiono davanti delle belve affacciate sul crepuscolo del mondo che salutano per sempre il giorno dicendo – per nulla malinconici – “Sole / domani non devi sorgere / Sole / domani tu non puoi sorgere” (Requiem per una madre).articolo di Eleonora CorvattaVedi le altre foto e continua a leggere sul blog…


Come si gestisce il dolore? Qualcuno ha letto in giro di un corso, un master, un bachelor’s degree sull’argomento? I Management del dolore post-operatorio offrono a tutti gli interessati una buona modalità di approccio al problema. Senza tanti complimenti i cinque ragazzi di Lanciano vanno dritti al punto, e quasi ci si schiantano, mescolandosi alle parole di Paolo Maria Cristalli (opera d’arte in persona, incoronato maestro di poetica) e alle immagini circensi di Giuseppe Veneziano (autore dell’opera in copertina), che sono perfetti interpreti dello spirito dell’assurdo, veri profeti d’oggi. Prendiamo l’ultimo lavoro dei MaDeDoPo uscito pochi mesi fa per la Martelabel: rispetto ad Auff! (2012), dove il disagio era dettato da preoccupazioni perlopiù sociali (la corruzione dell’ambiente accademico in Norman, la pornografia politica in Pornobisogno, il perbenismo malato dei borghesi in Nei palazzi), McMao (maggio 2014) rivela un mondo tratteggiato più intimamente, sempre a tinte forti, fortissime, finanche violente, ma sostanziato di eventi privati. Ci compaiono davanti delle belve affacciate sul crepuscolo del mondo che salutano per sempre il giorno dicendo – per nulla malinconici – “Sole / domani non devi sorgere / Sole / domani tu non puoi sorgere” (Requiem per una madre).

articolo di Eleonora Corvatta

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Ogni volta che termino di leggere un romanzo di Ian McEwan, penso sempre che qualsiasi commento da me formulato sia inutile, fallace. In realtà, cedo sempre al vizio di dare un parere inadeguato (per quanto, almeno sentito). È più forte di me: il buon senso viene sconfitto dall’istinto di consigliare libri belli – che se ci pensiamo è proprio la loro caratteristica, sono loro che ti obbligano a parlarne. Non sentite anche voi la sensazione pruriginosa di esclamare “Ma tu l’hai letto quello nuovo di Ian McEwan? Perché ancora no?”, durante una conversazione che verte su tutt’altro argomento?Chesil beach è un breve romanzo, dai tempi dilatatissimi, ambientato negli anni 60′. Racconta la prima notte di nozze di una coppia, Edward e Florence. L’idea cardine è quella di descrivere da due punti di vista diametralmente opposti, il primo approccio al sesso.Il romanzo è tutto giocato sulla tensione verso un evento che tarda ad arrivare. Una molla che si carica sempre più di angosce e paure. L’incontro fisico tra i due infatti è ostacolato dai tabù e dalle convenzioni sociali che schiacciano i due protagonisti, incapaci di vivere con spontanea esuberanza la loro sessualità. Entrambi hanno un’idea vaga e contorta del sesso, inquinata dai silenzi del mondo perbenista e dabbene in cui sono cresciuti. La dimensione sessuale è ancora la Grande Esclusa dal dibattito sociale, additata con colpevolezza e vergogna, esplorata con imbarazzo e mortificazione.recensione di Ilenia ZodiacoContinua a leggere sul blog…


Ogni volta che termino di leggere un romanzo di Ian McEwan, penso sempre che qualsiasi commento da me formulato sia inutile, fallace. In realtà, cedo sempre al vizio di dare un parere inadeguato (per quanto, almeno sentito). È più forte di me: il buon senso viene sconfitto dall’istinto di consigliare libri belli – che se ci pensiamo è proprio la loro caratteristica, sono loro che ti obbligano a parlarne. Non sentite anche voi la sensazione pruriginosa di esclamare “Ma tu l’hai letto quello nuovo di Ian McEwan? Perché ancora no?”, durante una conversazione che verte su tutt’altro argomento?

Chesil beach è un breve romanzo, dai tempi dilatatissimi, ambientato negli anni 60′. Racconta la prima notte di nozze di una coppia, Edward e Florence. L’idea cardine è quella di descrivere da due punti di vista diametralmente opposti, il primo approccio al sesso.

Il romanzo è tutto giocato sulla tensione verso un evento che tarda ad arrivare. Una molla che si carica sempre più di angosce e paure. L’incontro fisico tra i due infatti è ostacolato dai tabù e dalle convenzioni sociali che schiacciano i due protagonisti, incapaci di vivere con spontanea esuberanza la loro sessualità. Entrambi hanno un’idea vaga e contorta del sesso, inquinata dai silenzi del mondo perbenista e dabbene in cui sono cresciuti. La dimensione sessuale è ancora la Grande Esclusa dal dibattito sociale, additata con colpevolezza e vergogna, esplorata con imbarazzo e mortificazione.

recensione di Ilenia Zodiaco

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Ora il sonno lo abbandonava più spesso, non una o due bensì quattro, cinque volte la settimana. Che cosa faceva in quei momenti? Non passeggiava a lungo dentro gli arabeschi dell’alba. Non aveva un amico tanto intimo da sopportare il tormento di una telefonata. Cosa dirgli? Era una questione di silenzi, non di parole. Cercava di leggere fino ad addormentarsi, ma riusciva solo a sentirsi più sveglio. Leggeva scienza e poesia. Gli piacevano le poesie scarne collocate minuziosamente nello spazio bianco, file di tratti alfabetici impressi a fuoco nella carta. Le poesie lo rendevano cosciente del proprio respiro. L’essenzialità della poesia gli rivelava in un attimo cose che normalmente non notava. Questa era la sfumatura di ogni poesia, almeno per lui, di notte, in quelle lunghe settimane, un respiro dopo l’altro, nella stanza ruotante in cima all’appartamento a tre piani.

—Don DeLillo, Cosmopolis



Esistono tigri blu? No, naturalmente, eppure Alexander Craigie, cacciatore finzionale che altri non è che Borges stesso, si prende la briga di andarlo a verificare, alla ricerca di quel punto di fuga avventuroso che è sempre stato il “sud” di tutti i racconti del maestro argentino. Un punto di fuga immancabilmente smarrito, convoluto in labirinti inestricabili eretti da sfingi mute, perduto come ogni ossessione che non può essere sedata né rimossa, ma solo, e ciclicamente, rinvenuta nella forma di allusioni.

Pare che nel villaggio sperduto X di un’India irreale di epoca novecentesca Y qualcuno abbia visto delle tigri blu. La tigre è da sempre un incubo e un miraggio per Jorge Luis Borges, e come tale ricompare in questo racconto senile, pubblicato dopo la sua raccolta Il libro di sabbia e ad essa apposto da Adelphi per l’edizione italiana.

articolo di Riccardo Vessa

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“Ma tu non scapperai, mio lettore, perché sei avido di sapere, e perché ti ho scelto fra tanti, e perché, appunto, sei mio.” (M. Mari)Affascinata da questa lettura mi sono sentita apostrofare, in quanto “lettore”: volubile, curioso, pavido, accorto, candido, indulgente, zelante, impressionabile, disagiato, credulo, svagato, ipocrita, deludente, supponente, integerrimo, lungimirante, pudibondo, privilegiato, bennato, onirico, prudente, improvvido, ecc. ecc. …ed ora, che ho terminato la lettura, mi sento orfana di tutti i personaggi, anche i più malvagi o inetti e mi mancano anche i loro nomi e la suggestione che ognuno di essi evoca. Basterebbe rileggerli per ripercorrere il senso e il sapore di questo libro: Scummy, Castelrough, l’Oca Rossa, Polly e Molly, Jones, la Badessa e così via… e solo a nominare “Il Probo” rivivo un brivido di angoscia.Ricordo che a una serata di Caffè Letterario di Lugo lo scrittore e critico Franco Cordelli, con cui ci siamo piacevolmente intrattenuti in chiacchiere da “doposerata” ci aveva confidato: “…pochi autori contemporanei riescono a stupirmi e catturarmi come Michele Mari”.Sull’onda di questo ricordo ho acquistato l’ultimo suo libro e mi sono tuffata all’inseguimento di Roderick Duddle, il ragazzino che dà il nome al romanzo, figlio di una prostituta che lo lascia orfano e solo con un medaglione che segnerà il suo destino e che lo porterà al centro di un vortice di vicende.recensione di Patrizia RandiContinua a leggere sul blog…


Ma tu non scapperai, mio lettore, perché sei avido di sapere, e perché ti ho scelto fra tanti, e perché, appunto, sei mio.” (M. Mari)

Affascinata da questa lettura mi sono sentita apostrofare, in quanto “lettore”: volubile, curioso, pavido, accorto, candido, indulgente, zelante, impressionabile, disagiato, credulo, svagato, ipocrita, deludente, supponente, integerrimo, lungimirante, pudibondo, privilegiato, bennato, onirico, prudente, improvvido, ecc. ecc. …ed ora, che ho terminato la lettura, mi sento orfana di tutti i personaggi, anche i più malvagi o inetti e mi mancano anche i loro nomi e la suggestione che ognuno di essi evoca. Basterebbe rileggerli per ripercorrere il senso e il sapore di questo libro: Scummy, Castelrough, l’Oca Rossa, Polly e Molly, Jones, la Badessa e così via… e solo a nominare “Il Probo” rivivo un brivido di angoscia.

Ricordo che a una serata di Caffè Letterario di Lugo lo scrittore e critico Franco Cordelli, con cui ci siamo piacevolmente intrattenuti in chiacchiere da “doposerata” ci aveva confidato: “…pochi autori contemporanei riescono a stupirmi e catturarmi come Michele Mari”.

Sull’onda di questo ricordo ho acquistato l’ultimo suo libro e mi sono tuffata all’inseguimento di Roderick Duddle, il ragazzino che dà il nome al romanzo, figlio di una prostituta che lo lascia orfano e solo con un medaglione che segnerà il suo destino e che lo porterà al centro di un vortice di vicende.

recensione di Patrizia Randi

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È Los Angeles. È il 1949.

Laura Brown sta cercando di perdersi. No, non è esattamente cosi - sta cercando di rimanere in sé entrando in un mondo parallelo. Tiene il libro a faccia in giù sul petto. Già la sua stanza da letto (no, la “loro” stanza da letto) sembra più densamente popolata, più vera, perché un personaggio di nome “signora Dalloway” è in cammino per comprare dei fiori.

The Hours, Le Ore, romanzo di Michael Cunningham, vincitore del premio Pulitzer 1999, apre così la descrizione di un giorno nella vita di Laura Brown, una delle tre protagoniste del romanzo (le altre due sono la stessa Virginia Woolf e una donna che sta vivendo una giornata simile a quella di Mrs Dalloway, Clarissa). Nel giro di poche righe il personaggio di Laura ci appare chiaro, il suo gesto di tenere il libro sul petto sembra esprimere la volontà di non porre confini tra la carta e la carne, tra l’immaginazione e il reale. È sul percorso di questo sentimento che nasce la collezione fotografica “La Grande Evasione” di Alessandro Franzetti, che ha avuto luogo al festival della Lettura a Ivrea organizzato dalla minimum fax.

recensione di Sario Laveneziana

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“L’hanno finalmente trovata, dici; pensi più che parlare” ed effettivamente la notizia con cui l’intensa narratrice apre quest’ultima, eccellente pubblicazione della Zandonai, ci cade addosso come un mutare del tempo, di cui non capiamo l’origine né tantomeno il possibile evolversi. Anna Kim è giovane e straordinariamente dotata e “Gli anni di ghiaccio” la presenta ai lettori italiani nel migliore dei modi; nata in Corea del Sud e poi trasferitasi in Germania, ha già all’attivo svariate pubblicazioni, ma è stato questo romanzo a valerle l’European Prize for Literature 2012 per il suo paese d’adozione, l’Austria.Il nome della narratrice viene pronunciato una volta sola, quasi per caso e impersonalmente, ma il romanzo pullula di nomi di persone e luoghi. Elemento quanto mai appropriato per l’occupazione della protagonista, impiegata in un’organizzazione per la ricerca di persone scomparse. Un vademecum del suo lavoro fa da sottotesto ai suoi pensieri, che vorticosi e vivi si fanno portavoce di un’intimità espressionista, profondamente modificata dalla peculiarità della sua attività di ricerca e ricostruzione. Ma cosa fa di un’insieme di dati un individuo tangibile, di carne, ossa e sentimenti? Quali sono i caratteri attraverso i quali lo identifichiamo tra tanti? “L’identità, secondo il questionario, è chiaramente definita in base a sesso, età, malattia, abbigliamento, testimonianze oculari e incontri casuali. Parlando, tentiamo di mettere a fuoco la persona scomparsa, di tracciarla, di fissarla. È anche possibile che sia vero: l’unicità di una persona, la sua identità?”.recensione di Chiara CondòContinua a leggere sul blog…


“L’hanno finalmente trovata, dici; pensi più che parlare” ed effettivamente la notizia con cui l’intensa narratrice apre quest’ultima, eccellente pubblicazione della Zandonai, ci cade addosso come un mutare del tempo, di cui non capiamo l’origine né tantomeno il possibile evolversi. Anna Kim è giovane e straordinariamente dotata e “Gli anni di ghiaccio” la presenta ai lettori italiani nel migliore dei modi; nata in Corea del Sud e poi trasferitasi in Germania, ha già all’attivo svariate pubblicazioni, ma è stato questo romanzo a valerle l’European Prize for Literature 2012 per il suo paese d’adozione, l’Austria.
Il nome della narratrice viene pronunciato una volta sola, quasi per caso e impersonalmente, ma il romanzo pullula di nomi di persone e luoghi. Elemento quanto mai appropriato per l’occupazione della protagonista, impiegata in un’organizzazione per la ricerca di persone scomparse. Un vademecum del suo lavoro fa da sottotesto ai suoi pensieri, che vorticosi e vivi si fanno portavoce di un’intimità espressionista, profondamente modificata dalla peculiarità della sua attività di ricerca e ricostruzione. Ma cosa fa di un’insieme di dati un individuo tangibile, di carne, ossa e sentimenti? Quali sono i caratteri attraverso i quali lo identifichiamo tra tanti? “L’identità, secondo il questionario, è chiaramente definita in base a sesso, età, malattia, abbigliamento, testimonianze oculari e incontri casuali. Parlando, tentiamo di mettere a fuoco la persona scomparsa, di tracciarla, di fissarla. È anche possibile che sia vero: l’unicità di una persona, la sua identità?”.

recensione di Chiara Condò

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Vi sia nota o meno, la figura di Bartleby lo scrivano – creata da Herman Melville per il racconto omonimo – è fra le più enigmatiche, discusse e indagate della letteratura mondiale dell’ultimo secolo. Bartleby è copista presso uno studio di Wall Street, a New York, e tutto ciò che sembra occupare la sua mente è il proprio lavoro: niente di più. Qualsiasi richiesta che si scosti anche in minima parte dalle sue mansioni predefinite, Bartleby, con delicata indolenza, la rifiuta: preferisce di no. Bartleby è una negazione vivente: non agisce, non prende decisioni, non si racconta, sembra addirittura che non pensi. Bartleby è un no a qualsiasi impulso, a qualsiasi domanda.Enrique Vila-Matas, scrittore spagnolo molto prolifico e premiato, sia nel proprio paese che fuori, prende in esame questa figura di negazione a oltranza e la riversa completamente nel campo della letteratura: il risultato è Bartleby e compagnia (edito da Feltrinelli nel 2002), un libro che ha per protagonisti una serie di scrittori – quasi tutti realmente esistiti – che in un determinato momento della loro esistenza hanno deciso con raziocinio, chi più chi meno, di dare l’arrivederci, o l’addio, alla scrittura. “La gloria o il merito di certi uomini consiste nello scrivere bene; quello di altri consiste nel non scrivere” è, per intenderci, la perentoria citazione di Jean de La Bruyère che fa da epigrafe al testo.recensione di Stefano FeliciContinua a leggere sul blog…


Vi sia nota o meno, la figura di Bartleby lo scrivano – creata da Herman Melville per il racconto omonimo – è fra le più enigmatiche, discusse e indagate della letteratura mondiale dell’ultimo secolo. Bartleby è copista presso uno studio di Wall Street, a New York, e tutto ciò che sembra occupare la sua mente è il proprio lavoro: niente di più. Qualsiasi richiesta che si scosti anche in minima parte dalle sue mansioni predefinite, Bartleby, con delicata indolenza, la rifiuta: preferisce di no. Bartleby è una negazione vivente: non agisce, non prende decisioni, non si racconta, sembra addirittura che non pensi. Bartleby è un no a qualsiasi impulso, a qualsiasi domanda.

Enrique Vila-Matas, scrittore spagnolo molto prolifico e premiato, sia nel proprio paese che fuori, prende in esame questa figura di negazione a oltranza e la riversa completamente nel campo della letteratura: il risultato è Bartleby e compagnia (edito da Feltrinelli nel 2002), un libro che ha per protagonisti una serie di scrittori – quasi tutti realmente esistiti – che in un determinato momento della loro esistenza hanno deciso con raziocinio, chi più chi meno, di dare l’arrivederci, o l’addio, alla scrittura. “La gloria o il merito di certi uomini consiste nello scrivere bene; quello di altri consiste nel non scrivere” è, per intenderci, la perentoria citazione di Jean de La Bruyère che fa da epigrafe al testo.

recensione di Stefano Felici

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Negli anni della maturità pochi uomini sanno, in fondo, come son giunti a se stessi, ai propri piaceri, alla propria concezione del mondo, alla propria moglie, al proprio carattere e mestiere e loro conseguenze, ma sentono di non poter più cambiare di molto. Si potrebbe sostenere persino, che sono stati ingannati; infatti è impossibile scoprire una ragione sufficiente per cui tutto sia andato proprio così come è andato; avrebbe anche potuto andare diversamente; essi hanno influito pochissimo sugli avvenimenti, che per lo più sono dipesi da circostanze svariate, dall’umore, dalla vita, dalla morte di tutt’altri individui; e solo in quel dato momento si sono abbattuti su di loro. Quand’erano giovani la vita si stendeva loro dinanzi come un mattino senza fine, colmo di possibilità e di nulla, e già al meriggio ecco giungere all’improvviso qualcosa che pretende di essere ormai la loro vita; e tutto ciò è così sorprendente come vedersi davanti tutt’a un tratto una persona con la quale siamo stati vent’anni in corrispondenza, senza conoscerla, e ce la siamo immaginata completamente diversa.

—Robert Musil, L’uomo senza qualità