Nel suo secondo romanzo I giorni dell’abbandono (edizioni e/o, 2002) Elena Ferrante affronta la tematica dell’abbandono coniugale, del tradimento e della crisi di coppia. In particolare narra la storia - il cui arco temporale è concentrato in alcuni intensi mesi, che riassumono i tempi di azione e reazione del trauma della donna protagonista - dell’abbandono di Olga, madre dei piccoli Ilaria e Gianni, da parte del marito Mario, a causa di un improvviso “vuoto di senso” esistenziale e della fine dell’amore verso la moglie, dopo quindici anni di matrimonio. Alla crisi interiore di Mario si aggiunge una relazione clandestina, che Olga scoprirà essere il vero motivo dell’abbandono, con la giovanissima e sensuale Carla, che appartiene al passato di entrambi, in quanto figlia di un’amica comune. Subito dopo la notizia Olga piomba nell’immediata solitudine, ed il suo tentativo già complesso di mantenere stabile, per il bene dei bambini, la quotidianità ed il labile ménage casalingo e scolastico, crolla davanti ad una serie di eventi, tra cui un’improvvisa infezione da avvelenamento del cane lupo Otto, un’influenza nervosa del piccolo Gianni, l’invasione di formiche ed il blocco dall’interno della serratura della porta principale dell’appartamento, la cui concentrazione rende i “giorni dell’abbandono” un vortice ingestibile e claustrofobico in cui la donna precipita, in uno stato catatonico, allucinatorio, che la delusione bruciante, l’amarezza della gelosia ed il panico vivido con cui ella constata gradualmente il proprio crollo psichico, trasformano presto in lucida follia e rabbia violenta verso chiunque tenti di avvicinarla per, più o meno falsamente, aiutarla. Il mondo esterno, la cui cornice è una Torino fredda e metallica che prende il posto della Napoli umida e asfissiante de L’amore molesto, agli occhi di Olga (pur sempre di origini napoletane, in una sorta di continuità con la figura di Delia della prima opera di Ferrante, nonché con l’autrice stessa, le voci dibattute ed incerte sulle cui origini si dividono equamente tra le due città), si compone infatti di esseri crudeli, volgari, e sospetti, pronti a ferirla, ad utilizzarla come oggetto: i rapporti umani le si rivelano essere solo sudici scambi sessuali, il suo stesso linguaggio, da persona pacata e timida qual era, diventa verso chiunque scurrile e carico di odio ed astio, la sua sfiducia raggiunge una tale diffidenza da creare intorno a sé un vuoto assoluto, e nell’isolamento cieco che la circonda Olga ritroverà, tra visioni della propria infanzia e incubi deliranti, il coraggio e la forza di rialzarsi, ridefinire la propria identità e ricostituire, da un fondo insonne di malessere ed inadeguatezza, il flebile senso della propria esistenza.recensione di Federica CeranoviContinua a leggere sul blog…


Nel suo secondo romanzo I giorni dell’abbandono (edizioni e/o, 2002) Elena Ferrante affronta la tematica dell’abbandono coniugale, del tradimento e della crisi di coppia. In particolare narra la storia - il cui arco temporale è concentrato in alcuni intensi mesi, che riassumono i tempi di azione e reazione del trauma della donna protagonista - dell’abbandono di Olga, madre dei piccoli Ilaria e Gianni, da parte del marito Mario, a causa di un improvviso “vuoto di senso” esistenziale e della fine dell’amore verso la moglie, dopo quindici anni di matrimonio. Alla crisi interiore di Mario si aggiunge una relazione clandestina, che Olga scoprirà essere il vero motivo dell’abbandono, con la giovanissima e sensuale Carla, che appartiene al passato di entrambi, in quanto figlia di un’amica comune.

Subito dopo la notizia Olga piomba nell’immediata solitudine, ed il suo tentativo già complesso di mantenere stabile, per il bene dei bambini, la quotidianità ed il labile ménage casalingo e scolastico, crolla davanti ad una serie di eventi, tra cui un’improvvisa infezione da avvelenamento del cane lupo Otto, un’influenza nervosa del piccolo Gianni, l’invasione di formiche ed il blocco dall’interno della serratura della porta principale dell’appartamento, la cui concentrazione rende i “giorni dell’abbandono” un vortice ingestibile e claustrofobico in cui la donna precipita, in uno stato catatonico, allucinatorio, che la delusione bruciante, l’amarezza della gelosia ed il panico vivido con cui ella constata gradualmente il proprio crollo psichico, trasformano presto in lucida follia e rabbia violenta verso chiunque tenti di avvicinarla per, più o meno falsamente, aiutarla. Il mondo esterno, la cui cornice è una Torino fredda e metallica che prende il posto della Napoli umida e asfissiante de L’amore molesto, agli occhi di Olga (pur sempre di origini napoletane, in una sorta di continuità con la figura di Delia della prima opera di Ferrante, nonché con l’autrice stessa, le voci dibattute ed incerte sulle cui origini si dividono equamente tra le due città), si compone infatti di esseri crudeli, volgari, e sospetti, pronti a ferirla, ad utilizzarla come oggetto: i rapporti umani le si rivelano essere solo sudici scambi sessuali, il suo stesso linguaggio, da persona pacata e timida qual era, diventa verso chiunque scurrile e carico di odio ed astio, la sua sfiducia raggiunge una tale diffidenza da creare intorno a sé un vuoto assoluto, e nell’isolamento cieco che la circonda Olga ritroverà, tra visioni della propria infanzia e incubi deliranti, il coraggio e la forza di rialzarsi, ridefinire la propria identità e ricostituire, da un fondo insonne di malessere ed inadeguatezza, il flebile senso della propria esistenza.

recensione di Federica Ceranovi

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Ormai, è tutto già visto. Come già successo con molti altri film, quando si trova una storia si devono sempre fare i conti con qualcuno (e qualcosa) che già l’ha raccontata.
In questa ottica, la chiave di volta di questi nostri anni, spesso, sta nella mescolanza dei generi. In Mud troviamo il thriller, la favola e il western.
Ellis è nella piena turbolenza adolescenziale della decodifica dell’amore. Rimbalza tra il fallimento dei genitori, dell’amichetta più grande che lo irride e in quello dello stesso Mud che gli sembra essere il migliore; puro, da giustificare anche un omicidio. Seppure sembri ostinazione e non del tutto limpido da parte della ragazza.
Disseminati bene di elementi che tengono sul filo la visione: la camicia, la pistola, la barca da riparare (il viaggio, la via di fuga) e i bambini che si accontentano di sapere solo l’essenziale. Ottima scelta nell’ambientazione di un’America meno ovvia: sembra che il cinema americano sempre più spesso decide di mostrare “il resto” dell’America e non solo città metropoli – spesso – usurati fiori all’occhiello.
Il bilanciamento dei generi riesce bene e pure si intuisce che qualche cosa dovrà accadere: chi non si aspetta che, dopo la rivelazione, il granitico Sam Shepard (quando un suo fan club?) non imbracci il fucile quando verrà il momento?
C’è anche posto per redimere il manifesto egoismo di Mud che lo macchia agli occhi del ragazzo.
Varie generazioni di attori a confronto e tutti passano tranquillamente a buoni voti.

recensione di Andrea Amadori

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«[…] Una donna che per starle vicino io farei cose da pazzi, una donna come quella…» fece segno verso di lei che, elegantissima nel mezzo lutto, stava accanto al cugino fidanzato: lei lo notò, rispose con un sorriso, con un lieve movimento della testa. Il colonnello ebbe come un brivido, si piegò all’orecchia di don Luigi a fargli ascoltare il gemito del suo desiderio. «Ma lo vede che sorriso? Quando sorride è come se si spogliasse: mi fa un effetto…». E improvvisamente, alzando la mano come impugnasse la sciabola, gridò «Carica, perdio, carica!». Vedendolo lanciarsi, don Luigi credette andasse a gettarsi sulla signora; ma il colonnello correva invece al buffet, dove avevano cominciato a distribuire i gelati.

—Leonardo Sciascia, A ciascuno il suo



“Le vestigia del sito in html statico, 2000-2010. Avventurati, o archeologo!”. 
Così recita una delle sezioni dell’attuale sito della Wu Ming Foundation. Dal link si fa un vero salto nel passato, a quando i siti e il blog erano ancora dei grandi sconosciuti nella rete. È l’antico sito dei Wu Ming, aperto nel 2000, anno d’inizio della loro vita autonoma rispetto al Luther Blissett Project, del quale si parlerà più avanti. Il loro primo sito è proprio di vecchia data, con quello stile un po’ da ricerca di terza media e da pagina di Wikipedia, che ormai continuano indefessi ad utilizzare solo i siti di esoterismo o di prodotti biologici e snellenti. L’antico sito funge ora solo come archivio e “biglietto da visita”, dal quale trarre la storia del collettivo. Sì, perché di questo si tratta, di un collettivo di scrittori nato nel 2000 dalla sezione bolognese del Luther Blissett Project.

La storia di quest’ultimo progetto è assai singolare e a più ampio respiro rispetto agli scopi dei Wu Ming. Luther Blissett è uno pseudonimo collettivo, apparso per la prima volta a Bologna nel 1994 e poi diffuso rapidamente anche a Roma, a Londra, in Germania, in Spagna e addirittura, anche se sporadicamente, in Canada, Stati Uniti e Brasile. Il nome è stato adottato da un gran numero di artisti, scrittori, riviste underground, gruppi squatter (persone che occupano terreni o edifici abbandonati) e performer. Lo pseudonimo è stato ricavato dal nome del centravanti inglese di origine giamaicana Luther Loide Blissett, al quale è stato poi attribuito dal collettivo un volto fittizio, disegnato come una delle icone pop di Andy Warhol.  Al Luther Blissett Project sono riconducibili innumerevoli azioni, beffe e colpi di scena. Mi piace ricordarne uno in particolare, che è arrivato a toccare nientepopodimeno che la Biennale di Venezia. Nel 1999 l’artista serbo Darko Maver fu selezionato dalla Biennale per esporre alcune sue opere, ma prima dell’esposizione venne annunciata la morte dell’artista sotto un bombardamento NATO. La Biennale decise di allestire comunque una galleria postuma, ma si scoprì che, in realtà, Darko Maver non è mai esistito e la beffa è stata poi rivendicata dal Luther Blissett Project. Per l’occasione è nato anche un nuovo gruppo, 1100101110101101.org, e sul loro sito è spiegato l’intero scherzo, con tanto di finte opere dell’artista (quelle che dovevano essere sculture realistiche di cadaveri mutilati e corpi squartati erano dei morti veri, trovati in Internet) e foto falsa della sua morte per il bombardamento a Podgorica (in realtà scattata a Bologna).

articolo di Martina Melgazzi

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La sensazione di avere letto un bel libro non è abbastanza, e non basta neppure lasciarsi andare alla descrizione delle emozioni che si sono provate nel leggerlo, anche se di solito le si usa per persuadere gli altri a fare la stessa lettura. Se se ne vuole scrivere il punto è: perché quel libro è bello? Che cosa, di quel libro, è bello, che cosa fa scaturire le emozioni nel lettore? Come funziona quel libro, ammesso che funzioni? Si tratta di domande che possono provocare qualche imbarazzo, specialmente dopo avere finito Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli, ma il libro è tale che se ne vuole scrivere per forza.L’imbarazzo, diciamolo subito, è dovuto al fatto che siamo in presenza di un testo fortemente naif, e non vale l’analogia con la identica ingenuità che ne caratterizza i personaggi a giustificarlo. La narrazione, un quasi-flusso di coscienza ricco di neologismi, è fortemente emotiva e slegata, travolta dal suo stesso incedere repentino e dall’urgenza di confessarsi che l’Autore, mediante i suoi alter ego, mette sulla pagina, e si fatica a rimanere consci del suo sottile filo; non bastasse, ad un primo acchito non emerge una vera tesi di fondo nonostante la valenza quasi documentaristica dei sei racconti che costituiscono l’opera prima di Pier Vittorio Tondelli, e non è ben chiaro dove l’Autore voglia andare a parare, probabilmente da nessuna parte (e anche qui l’intenzionalità redime fino a un certo punto).Altri libertini è un libro pubblicato nel 1980 che parla della seconda metà degli anni ’70 vissuti da personaggi poco più che ventenni sulla via Emilia, tra Correggio (città natale di Tondelli), Reggio Emilia, Modena, Bologna e con una tensione verso il nord Europa che emerge spesso sia come ambientazione alternativa che come punto di fuga delle fantasie dei personaggi. Sono gli anni di una gioventù falcidiata dall’eroina ma non ancora dall’AIDS (che sta già contagiando ma senza farsene accorgere, e che ucciderà l’Autore nel 1991), e sono anni di piombo e di seconde e più dure rivolte studentesche (il ’77 che, tra le altre, sconvolse proprio Bologna).articolo di Riccardo VessaContinua a leggere sul blog…


La sensazione di avere letto un bel libro non è abbastanza, e non basta neppure lasciarsi andare alla descrizione delle emozioni che si sono provate nel leggerlo, anche se di solito le si usa per persuadere gli altri a fare la stessa lettura. Se se ne vuole scrivere il punto è: perché quel libro è bello? Che cosa, di quel libro, è bello, che cosa fa scaturire le emozioni nel lettore? Come funziona quel libro, ammesso che funzioni? Si tratta di domande che possono provocare qualche imbarazzo, specialmente dopo avere finito Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli, ma il libro è tale che se ne vuole scrivere per forza.

L’imbarazzo, diciamolo subito, è dovuto al fatto che siamo in presenza di un testo fortemente naif, e non vale l’analogia con la identica ingenuità che ne caratterizza i personaggi a giustificarlo. La narrazione, un quasi-flusso di coscienza ricco di neologismi, è fortemente emotiva e slegata, travolta dal suo stesso incedere repentino e dall’urgenza di confessarsi che l’Autore, mediante i suoi alter ego, mette sulla pagina, e si fatica a rimanere consci del suo sottile filo; non bastasse, ad un primo acchito non emerge una vera tesi di fondo nonostante la valenza quasi documentaristica dei sei racconti che costituiscono l’opera prima di Pier Vittorio Tondelli, e non è ben chiaro dove l’Autore voglia andare a parare, probabilmente da nessuna parte (e anche qui l’intenzionalità redime fino a un certo punto).

Altri libertini è un libro pubblicato nel 1980 che parla della seconda metà degli anni ’70 vissuti da personaggi poco più che ventenni sulla via Emilia, tra Correggio (città natale di Tondelli), Reggio Emilia, Modena, Bologna e con una tensione verso il nord Europa che emerge spesso sia come ambientazione alternativa che come punto di fuga delle fantasie dei personaggi. Sono gli anni di una gioventù falcidiata dall’eroina ma non ancora dall’AIDS (che sta già contagiando ma senza farsene accorgere, e che ucciderà l’Autore nel 1991), e sono anni di piombo e di seconde e più dure rivolte studentesche (il ’77 che, tra le altre, sconvolse proprio Bologna).

articolo di Riccardo Vessa

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Una gran pioggia. “Che facciamo? Scendiamo dalla macchina?”. Alla fine decidiamo di scendere, ma dopo un momento ci rendiamo conto che non è stata proprio una brillante idea. Bagnati completamente dalla testa ai piedi nonostante l’ombrello. Amen: chi poteva immaginare che da lì a dieci minuti la pioggia sarebbe stata un po’ meno forte. Ma comunque anche quella è stata un’illusione di qualche istante.

Suonerà? Chissà, con sta pioggia solo due scemi come noi vanno in giro per le feste di paese, figuriamoci se ci può essere un concerto, ma noi ci speriamo sempre. Incontriamo Bianco e Levante e gli altri della band a mangiare arrosticini e a fare quattro chiacchiere in un tavolo poco più in là. Un saluto veloce, un sorriso, una pacca sulla spalla e via. “Allora, Claudia, ce la fate?”, Levante sorride malinconicamente e incrocia le dita scaramantica. Lei mi dà l’impressione, vedendola di sfuggita e conoscendo un po’ le sue canzoni, di essere una tipa così: può essere al massimo della felicità, ma i suoi occhi saranno sempre velati dalla malinconia. È evidente che le manca qualcosa, che non è mai pienamente soddisfatta, anche se tutto va per il verso giusto.

recensione di Michela Angeletti

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Esistono ancora storie possibili, storie degne di uno scrittore? Se non si vuole parlare di sé, generalizzare romanticamente o liricamente il proprio Io, se non si sente l’esigenza di parlare delle proprie speranze e sconfitte con sincera verosimiglianza, e del proprio modo di fare all’amore, come se la verosimiglianza desse a tutto questo un valore universale e non piuttosto clinico, o nel migliore dei casi psicologico – se manca il coraggio e si preferisce defilarsi con discrezione, difendere garbatamente la propria vita privata, procurarsi altro materiale da plasmare come fa uno scultore, lavorarci su, realizzarsi e tentare, come un tempo facevano i classici, di non farsi prendere subito dalla disperazione anche se è difficile negare la palese assurdità che ovunque si manifesta –, allora lo scrivere diventa un lavoro arduo e solitario, e anche insensato: non conta un ottimo voto in storia della letteratura (chi non ha avuto ottimi voti, quante abborracciature non sono già state premiate), sono più importanti le esigenze quotidiane. Anche questo è un dilemma, e la situazione del mercato è sfavorevole. Il mero divertimento l’offre la vita con il cinema serale, alla poesia provvede il giornale coi supplementi; in cambio d’un investimento maggiore, che da un punto di vista sociale è superiore a un franco, si chiedono profusioni d’animo, confessioni, verosimiglianza appunto, forniture di valori superiori, considerazioni morali, sentenze praticabili, asserzioni che avvalorino o accantonino, ora il cristianesimo, ora disperazioni in voga: letteratura, insomma.

—Friedrich Dürrenmatt, La panne


Il dilemma tra natura e cultura. Un fumetto di Marco Aicardi per Una casa sull’albero.Leggilo sul blog…


Il dilemma tra natura e cultura. Un fumetto di Marco Aicardi per Una casa sull’albero.

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Partiamo dalla fine: lui se ne sta seduto alla scrivania in una stanza in penombra, gessato nero e candido fazzoletto bianco al taschino. Davanti a sé la macchina per scrivere su cui ticchetta ispirato. All’angolo della bocca una sigaretta fumante. Fuori dalla finestra la ferita Londra che gioisce per la conclusione della Seconda Guerra Mondiale. La dedica lasciata da mani sapienti e appena rinvenuta nella suddetta macchina per scrivere recita: “Per la spia che mi ha amato. Sempre e per sempre. Baci”.Lui è Dominic Cooper, impegnato nella scena finale di “Fleming – Essere James Bond” (“Fleming – The man who would be Bond” nella versione originale), miniserie vista l’inverno scorso negli Usa su BBC America e in Inghilterra sull’autoctona Sky Atlantic, totem ormai irrinunciabile per i serial addicted anche di casa nostra, che ora è sbarcata pure dalle nostre parti (sempre Sky Atlantic, da martedì 2 settembre). Un poker di puntate per documentare l’agiografia di un nullafacente che, di fatto, diventa una star, frutto di quelle strane alchimie che ruotano intorno ai predestinati.E Cooper, naturalmente, è lo scavezzacollamente birichino Fleming, Ian Fleming, giovanotto senza ambizione alcuna, accreditato di una vita tutta frizzi e lazzi – merito dei pound di papà, s’intende, il quale una volta lasciata la vita terrena passerà l’amministrazione a matriarca inflessibile a patto che questi non violi il talamo nunzial/vedovile con altri maschietti… -, che negli anni a cavallo della WWII assurse quasi a gloria nazionale non per meriti letterari ma per quelli squisitamente militari, dopo essere stato arruolato nel Servizio Informazioni della Marina alle dipendenze dell’ammiraglio Godfrey e da lì aver guidato la creazione della “Nr. 30 Commando”, unità di derelitti che tornerà utile a Churchill per evitare la sorte dei francesi.Ian Fleming quindi. Ma inevitabilmente anche James Bond. La tesi è semplice: l’uno non vive senza l’altro. Ed è da qui che il regista Mat Whitecross e gli sceneggiatori John Brownlow e Don MacPherson prendono spunto, puntellando la favola dell’annoiato giornalista che si fece romanziere grazie alla spremitura a freddo del suo passato da spia improvvisata, ripulendolo al meglio per infilargli uno smoking e battezzarlo JB, nome rubato ad un ornitologo, pare.recensione di Ross Di GioiaContinua a leggere sul blog…


Partiamo dalla fine: lui se ne sta seduto alla scrivania in una stanza in penombra, gessato nero e candido fazzoletto bianco al taschino. Davanti a sé la macchina per scrivere su cui ticchetta ispirato. All’angolo della bocca una sigaretta fumante. Fuori dalla finestra la ferita Londra che gioisce per la conclusione della Seconda Guerra Mondiale. La dedica lasciata da mani sapienti e appena rinvenuta nella suddetta macchina per scrivere recita: “Per la spia che mi ha amato. Sempre e per sempre. Baci”.

Lui è Dominic Cooper, impegnato nella scena finale di “Fleming – Essere James Bond” (“Fleming – The man who would be Bond” nella versione originale), miniserie vista l’inverno scorso negli Usa su BBC America e in Inghilterra sull’autoctona Sky Atlantic, totem ormai irrinunciabile per i serial addicted anche di casa nostra, che ora è sbarcata pure dalle nostre parti (sempre Sky Atlantic, da martedì 2 settembre). Un poker di puntate per documentare l’agiografia di un nullafacente che, di fatto, diventa una star, frutto di quelle strane alchimie che ruotano intorno ai predestinati.

E Cooper, naturalmente, è lo scavezzacollamente birichino Fleming, Ian Fleming, giovanotto senza ambizione alcuna, accreditato di una vita tutta frizzi e lazzi – merito dei pound di papà, s’intende, il quale una volta lasciata la vita terrena passerà l’amministrazione a matriarca inflessibile a patto che questi non violi il talamo nunzial/vedovile con altri maschietti… -, che negli anni a cavallo della WWII assurse quasi a gloria nazionale non per meriti letterari ma per quelli squisitamente militari, dopo essere stato arruolato nel Servizio Informazioni della Marina alle dipendenze dell’ammiraglio Godfrey e da lì aver guidato la creazione della “Nr. 30 Commando”, unità di derelitti che tornerà utile a Churchill per evitare la sorte dei francesi.

Ian Fleming quindi. Ma inevitabilmente anche James Bond. La tesi è semplice: l’uno non vive senza l’altro. Ed è da qui che il regista Mat Whitecross e gli sceneggiatori John Brownlow e Don MacPherson prendono spunto, puntellando la favola dell’annoiato giornalista che si fece romanziere grazie alla spremitura a freddo del suo passato da spia improvvisata, ripulendolo al meglio per infilargli uno smoking e battezzarlo JB, nome rubato ad un ornitologo, pare.

recensione di Ross Di Gioia

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Un viaggio di tre ore in macchina per andare ad un festival, non l’avevo mai fatto. Comprare una tenda ed imparare a montarla al bar, dopo l’orario di chiusura, non l’avevo mai fatto. Tentare di vincere dei biglietti per un concerto e farcela, non l’avevo mai fatto. Però, dopotutto, ce lo chiedono da ogni parte: “Quand’è l’ultima volta che hai fatto una cosa per la prima volta?”.


Partire da Arona per andare nella zona di Modena vuol dire cieli così grigi ed elettrici attorno a Milano da far sembrare qualsiasi campo di un verde surreale, distese di girasoli a perdita d’occhio, ma soprattutto vuol dire vedere gradualmente sparire i monti. Quel profilo irregolare lungo l’orizzonte che per un qualsiasi nordico che si rispetti equivale ad un appiglio di sicurezza, la comfort zone dello sguardo, la cura all’ansia da paesaggio infinito. La bassa è piatta. Sterminatamente piatta.

Il festival organizzato dalla casa discografica La Tempesta cambia città ogni estate, e quest’anno era ospite di ArtiVive Festival, con destinazione Soliera. A Soliera ci si arriva con una lunga strada dritta in mezzo a terre coltivate, per poi trovarsi un piccolo borgo in cui tutto è molto più vicino di quel che sembra dalla mappa. Di questa zona dell’Italia mi ero già innamorata tempo fa, quando ci arrivavo in treno per andare a trovare persone troppo importanti per essere andate a vivere così lontano. Ancora una volta, però, mi hanno riempito di tenera gioia quelle due colonne ai fianchi di ogni cancello, lì a proteggere cascine dall’aria così serena da non aver all’apparenza bisogno di essere difese da nulla. Montata la tenda [Ha un che di poetico costruirsi casa, sapete?], siamo arrivati all’area concerti al momento giusto per concedersi una tigella da Esàt [Segnatevelo, nel caso passaste di lì.] ed una birra fresca, ed entrare poi fra i primi mille, aggiudicandoci l’album esclusivo stampato da La Tempesta appositamente per l’evento.

Il palco era allestito in Piazza Lusvardi, con il castello, ora sede del Comune, a fare da scenario. [Vi siete mai sdraiati sui sanpietrini al centro di una piazza, in mezzo alla gente? Se no, segnate anche questo nella to do list.]

testo e foto di Marta Rizzato

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