L’8 settembre è uscito il quinto album della band statunitense 
InterpolEl Pintor, che in spagnolo significa “pittore”, ma in realtà non è altro che l’anagramma di Interpol. Anticipato dai singoli “All The Rage Back Home” ed “Ancient Ways”, rilasciati negli scorsi mesi, l’attesa e le aspettative si sono fatte sempre più intense. Scritto e prodotto dalla band stessa a New York, con la collaborazione di personaggi come James Brown , Alan Moulder , Brandon Curtis dei Secret Machines, Roger Joseph Manning, Jr. e Rob Moose dei Bon Iver, il disco, che presenta dieci pezzi, appare diverso dal penultimo ed omonimo lavoro della band, professando un ritorno alle origini. Le similarità con il primo album capolavoro “Turn On The Bright Lights” infatti sono piuttosto evidenti, a parte per la mancanza del bassista Carlos Dengler, che lasciò la band nel 2010. Potenti chitarre e la voce di Paul Banks sono i protagonisti, i suoni sono molto più chiari, definiti, con meno synth.

recensione di Sabrina Fragapane

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La scelta di girare un film su qualcuno che sia realmente esistito, in generale, comporta sempre degli oneri. Soprattutto etici. Si tratta, in fin dei conti, di rappresentare una vita, o anche solo una parte, attraverso degli eventi significativi, attenendosi il più possibile alla realtà dei fatti, nel tentativo di essere esaustivi e cercando di sospendere il proprio (a volte divergente) giudizio morale. È questo – ma siamo molto più nel campo della teoria che non in quello della pratica – il dogma del biopic, ovvero del film che consegni alle cineteche un ottimo surrogato delle biografie cartacee di un qualsivoglia personaggio, di rilevanza storica o culturale che sia.
Nel caso il personaggio scelto sia egli stesso un artista, l’onere è (più del dovuto) anche estetico: rispettare date importanti e scelte di vita di un grande autore per poi tradirlo nel suo stesso campo (quello artistico, in senso lato) con un’opera malfatta, è forse il peggior vilipendio possibile alla sua memoria. Sempre in teoria, almeno.

Pur rispettando queste premesse, esiste un’altra via, oltre al biopic, per realizzare un film che parli di chi è realmente esistito: è quella del film d’autore, nel senso più puro e sfaccettato della locuzione – di certo non in quello canzonatorio. La visione critica e prettamente soggettiva, pur attingendo da materiale reale, è nello specifico la ragion d’essere del Pasolini di Abel Ferrara – dove il puro dettaglio di cronaca, se non proprio messo al bando, fa più che altro da sfondo o da pretesto a ciò che Ferrara stesso decide di mostrare, lasciando da parte il filone del film biografico o, visti gli eventi legati a Pasolini, d’inchiesta.
Appurato – se mai ce ne fosse stato bisogno, a conoscere Ferrara – che questo film vira da tutt’altra parte rispetto al ligio e decoroso e realistico racconto della vita di Pier Paolo Pasolini, si può entrare nel merito della sua forma autoriale. Che, nonostante il blasone del regista americano, non è di per sé, in maniera acritica, garanzia di riuscita di un film (così come la forma biopic non è sinonimo scontato di banalità).

recensione di Stefano Felici

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A fronte di quello che ho visto nelle ultime stagioni di cinema italiano questo Anime nere è da standing ovation. Non perché lo dicono tutti – il pacioccone Mollica avrà detto “uno dei migliori film italiani degli ultimi 30 anni” – semplicemente perché bello lo è davvero. Come più di un critico dice, Francesco Munzi non sbaglia una inquadratura, sceglie una presa diretta che ci mostra i rumori della campagna, si dilunga in scene domestiche prima del funerale in cui si percepisce il montare di qualcosa che poi esplode nel solido finale che – a meno di desideri propriamente western/vendicativi – è l’unico possibile. Ma la cosa che davvero fa gridare giubilo sono gli attori finalmente bravi. Un cast che inquadrato nei minimi dettagli del viso ne regge a pieno il peso; dona una credibilità massiccia ai personaggi che interpreta.

recensione di Andrea Amadori

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Scendo a Cracovia dopo ventitré estenuanti ore di viaggio in autobus e mi accorgo quasi subito delle immense contraddizioni che attraversano la città. La superbia e la maestosità con cui svettano le gotiche cattedrali del Wawel e la Basilica di Santa Maria fanno da contraltare alla pacatezza degli abitanti e alla povertà che tutt’oggi si vive.

Cracovia fu capitale della Polonia fino al 1609, quando Sigismondo III trasferì la capitale a Varsavia, da quel momento iniziò un forte declino della città che la vide divenire terra golosa per gli appetiti delle più svariate nazioni: dall’Austria alla Russia fino alle forze naziste.

Le enormi pene sofferte, e le continue sovversioni di potere sono un segno indelebile nei volti del popolo polacco, si vede dai loro gesti, dai loro sguardi, da come riesce ad entusiasmarli anche un saluto o un semplice sorriso, per questo popolo nulla è scontato, per questa gente non è “un già saputo” la libertà di cui godono ora, anzi è un dono, è una grazia ricevuta ed è disarmante come ne sono grati, e più ancora il desiderio che hanno di vivere questa libertà fino alla fine.

Appena si mette piede nel centro storico di Cracovia sembra che per un attimo si esca dall’est Europa, gli infiniti edifici grigi targati Unione Sovietica, lasciano spazio alla piazza del mercato, che nella sua vastità ridona respiro e soprattutto torna a far godere lo sguardo con i bellissimi palazzi che la circondano; identica è la sensazione quando si sale sulla collina del Wawel, nel luogo dove venivano incoronati i sovrani polacchi si torna indietro nel tempo e l’autorità della Cracovia capitale torna a vivere.

articolo di Giacomo Funari

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È autunno e la casa sull’albero cambia i colori.
http://www.unacasasullalbero.com/
(logo designer Elisa Lipari)


È autunno e la casa sull’albero cambia i colori.

http://www.unacasasullalbero.com/

(logo designer Elisa Lipari)



Resta davvero poco tempo. Tra l’altro in questi giorni i due curatori, Paola Marini e Bernard Aikema, si sono aggiudicati il Premio Allegrini “L’arte di mostrare l’arte”. La mostra che vi segnaliamo in uno dei nostri segnalibri è “Paolo Veronese. L’illusione della realtà" a Palazzo della Gran Guardia di Verona.

Noi l’abbiamo vista questa estate, in una delle rare occasioni in cui la stagione si è mostrata degna del suo nome. Verona è bella e mai banale, come le turiste straniere che la frequentano, chiome bionde fluenti, tratti aggraziati e puliti, occhi color di un cielo terso e avvolgente. Un azzurro completamente diverso da quello di Paolo Veronese. A lui la natura non interessa, i suoi cieli sembrano appena abbozzati, con tinte opache e innaturali. Anche gli alberi sono tralasciati e descritti con apparente fretta, risolti con poche semplici pennellate che li riproducono ogni volta sempre uguali. Lui, il Veronese, cerca la sinuosità dei corpi, le infinite possibilità di scontro e intreccio di membra e volti. E ancora l’incantevole maestria che scaturisce dai panneggi e l’alternanza con corpi nudi coraggiosi o l’intrusione di personaggi poco “ortodossi”, come cani e nani, in certi episodi sacri, che a suo tempo destarono vivo sconcerto tra le cariche ecclesiastiche.

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L’incipit che non avreste mai voluto leggere“La sceneggiatura è un processo lento”, ripeteva Chip tra sé, senza troppa convinzione, “bisogna scrivere indipendentemente dallo stato d’animo, ogni giorno, sforzarsi, anche solo una frase e, senza rendersi conto, si scivola dentro al lavoro e il lavoro dentro di noi… comincia a prendere la forma desiderata… aspettata…” tutte cose imparate a scuola, sacrosante, ma non gli ci voleva molto ad ammettere che quando non è giornata non è giornata, quando non c’è non c’è, inutile insistere. Lo aveva sempre pensato, a suo tempo aveva provato a farglielo entrare anche al suo insegnate di scrittura, “come dire… è come cercare di chiavare con un uccello di legno, provi niente… anche se uno c’ha per le mani Pamela Anderson, che so…” non gl’era venuto di meglio come esemplificazione, il professore non l’aveva presa troppo bene.Comunque decise che non era giornata per metter mano alla sceneggiatura, meglio andare in rete a dare un’occhiata al blog di questa donna fantastica che aveva scoperto da qualche mese, un personaggio ex personaggio televisivo italiano: Wanda-Marchi-e-sua-figlia-Stefania, avevano avuto delle grane giudiziarie e non facevano più TV ma avevano questo blog dove dispensavano pillole di saggezza, ne era estasiato. Lesse qualcosa della figlia Stefania, “sarà mica quella Stefania Ariosto che ho letto da altre parti?” si chiese, “anche lì c’erano delle storie di tribunali, ma no, non è la stessa, questa si chiama Nobile, però… a metterli insieme i cognomi: Stefania Nobile Ariosto. Che lusso! Questo è un asso che nella sceneggiatura devo trovare il modo di giocarmelo.” Riprese a leggere cosa diceva Stefania, degli extracomunitari, delle loro prestazioni sessuali, “Del resto,” erano le parole di Stefania Nobile, “i mariti non fanno più niente, gli amanti idem, invece questi extracomunitari ci danno dentro che è una roba ma una roba, africani asiatici albanesi, i cinesi quei cosini insospettabili, ma me lo dite se è vero o no!” e Chip cominciò davvero a sentirsi ispirato ma ancora non aveva acceso il volume per sentire un pezzo registrato di Wanda, “Oggi cari miei ho da tagliare il prato e non ci capisco niente di giardinaggio io, bene bene, prenderò il trattore! E qualcosa qualcosa combinerò.”testo di Lorenzo MercatantiContinua a leggere sul blog…


L’incipit che non avreste mai voluto leggere

“La sceneggiatura è un processo lento”, ripeteva Chip tra sé, senza troppa convinzione, “bisogna scrivere indipendentemente dallo stato d’animo, ogni giorno, sforzarsi, anche solo una frase e, senza rendersi conto, si scivola dentro al lavoro e il lavoro dentro di noi… comincia a prendere la forma desiderata… aspettata…” tutte cose imparate a scuola, sacrosante, ma non gli ci voleva molto ad ammettere che quando non è giornata non è giornata, quando non c’è non c’è, inutile insistere. Lo aveva sempre pensato, a suo tempo aveva provato a farglielo entrare anche al suo insegnate di scrittura, “come dire… è come cercare di chiavare con un uccello di legno, provi niente… anche se uno c’ha per le mani Pamela Anderson, che so…” non gl’era venuto di meglio come esemplificazione, il professore non l’aveva presa troppo bene.

Comunque decise che non era giornata per metter mano alla sceneggiatura, meglio andare in rete a dare un’occhiata al blog di questa donna fantastica che aveva scoperto da qualche mese, un personaggio ex personaggio televisivo italiano: Wanda-Marchi-e-sua-figlia-Stefania, avevano avuto delle grane giudiziarie e non facevano più TV ma avevano questo blog dove dispensavano pillole di saggezza, ne era estasiato. Lesse qualcosa della figlia Stefania, “sarà mica quella Stefania Ariosto che ho letto da altre parti?” si chiese, “anche lì c’erano delle storie di tribunali, ma no, non è la stessa, questa si chiama Nobile, però… a metterli insieme i cognomi: Stefania Nobile Ariosto. Che lusso! Questo è un asso che nella sceneggiatura devo trovare il modo di giocarmelo.” Riprese a leggere cosa diceva Stefania, degli extracomunitari, delle loro prestazioni sessuali, “Del resto,” erano le parole di Stefania Nobile, “i mariti non fanno più niente, gli amanti idem, invece questi extracomunitari ci danno dentro che è una roba ma una roba, africani asiatici albanesi, i cinesi quei cosini insospettabili, ma me lo dite se è vero o no!” e Chip cominciò davvero a sentirsi ispirato ma ancora non aveva acceso il volume per sentire un pezzo registrato di Wanda, “Oggi cari miei ho da tagliare il prato e non ci capisco niente di giardinaggio io, bene bene, prenderò il trattore! E qualcosa qualcosa combinerò.”

testo di Lorenzo Mercatanti

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Tutti i miei amici di vecchia data lavorano in uffici acquisti, uffici di marketing, uffici bancari. Io invece, accidenti a me, sin da piccolo e praticamente da sempre, ho il pallino della letteratura. È una vita che mi preparo per lavorare nell’editoria, e per un discreto lasso di tempo ci sono anche riuscito. Ora ho tante collaborazioni – le chiamano così – eppure è come se non avessi ancora cominciato. Non posso dire di avere un lavoro, uno di quelli a contratto, come tutti i miei amici. E quando parlo delle mie difficoltà a trovare un posto fisso, loro ripetono sempre la stessa cosa: “Tu, caro mio, hai sbagliato epoca!”.Eppure nel 2014 può ancora accadere. Può accadere che le parole per qualcuno siano un tarlo. Tanto che Gino, il cinquantenne scrittore che campa a Roma come traduttore, protagonista di Il superlativo di amare di Sergio Garufi, ha fatto delle parole il proprio fulcro vitale. È necessario contarne le lettere, per esser sicuri di non averne perduta nessuna o di non averne usata qualcuna di troppo. Niente di che stupirsi. La letteratura è così, pure se, come dice la madre del protagonista, “Con la letteratura non si campa, Gino. Hai quasi cinquant’anni, è ora che ti sistemi“. “Forse aveva ragione lei. Letteratura, undici lettere” replicano i suoi pensieri.Cortázar confessa di aver vissuto da bambino una sorta di “sfasamento” tra le parole e gli oggetti che esse designano. Si legge in Carte inaspettate: “Entrai in un periodo che avrebbe potuto essere pericoloso e sboccare nella follia: voglio dire che per me le parole cominciarono ad essere più importanti delle cose stesse. (…) una parola poteva affascinarmi (…) tendevo un dito e scrivevo parole, le vedevo prendere corpo nell’aria, parole che erano già parole-feticcio, parole magiche (…) È da quel momento che ho cominciato a giocare con le parole”.Tra le righe de Il superlativo di amare si cela una dichiarazione d’amore di Sergio Garufi a Julio Cortázar, una dichiarazione d’amore, quindi, alla letteratura. A tratti s’intravede anche il Flaubert dell’Éducation. Quando Stella, la donna di Gino, alla cena del Rotary fatica a deglutire, ci ritornano alla mente gli stessi mondi di disperazione e di miseria che travolgono Frédéric nello scorgere la tisica, sedutagli dinnanzi, nascondere il sangue nel tovagliolo. Piccoli gesti che sottendono l’oscura ma incantevole fragilità umana, come il buio nasconde piaghe su di un corpo nudo. Ci sono aspettative che si infrangono in questo Il superlativo di amare eppure si vive, ci si muove, anzi si viaggia. Un viaggiare compulsivo e determinato, un po’ come quello di Cortázar, senza soldi e senza certezze. Uno spostarsi tormentato, disegnando mappe letterarie e cercando indizi tra gli interstizi e le cose apparentemente di poco conto, i marginalia dell’esistenza, mentre attorno regna un vuoto colorato, come nelle Stanze di Lorenzo Mattotti (di cui ebbi la fortuna, a Modena nel novembre del 2005, di vedere l’esposizione del medesimo ciclo). Non a caso una di queste stanze fa da copertina al libro.recensione di Marco G. MontanariContinua a leggere sul blog…


Tutti i miei amici di vecchia data lavorano in uffici acquisti, uffici di marketing, uffici bancari. Io invece, accidenti a me, sin da piccolo e praticamente da sempre, ho il pallino della letteratura. È una vita che mi preparo per lavorare nell’editoria, e per un discreto lasso di tempo ci sono anche riuscito. Ora ho tante collaborazioni – le chiamano così – eppure è come se non avessi ancora cominciato. Non posso dire di avere un lavoro, uno di quelli a contratto, come tutti i miei amici. E quando parlo delle mie difficoltà a trovare un posto fisso, loro ripetono sempre la stessa cosa: “Tu, caro mio, hai sbagliato epoca!”.

Eppure nel 2014 può ancora accadere. Può accadere che le parole per qualcuno siano un tarlo. Tanto che Gino, il cinquantenne scrittore che campa a Roma come traduttore, protagonista di Il superlativo di amare di Sergio Garufi, ha fatto delle parole il proprio fulcro vitale. È necessario contarne le lettere, per esser sicuri di non averne perduta nessuna o di non averne usata qualcuna di troppo. Niente di che stupirsi. La letteratura è così, pure se, come dice la madre del protagonista, “Con la letteratura non si campa, Gino. Hai quasi cinquant’anni, è ora che ti sistemi“. “Forse aveva ragione lei. Letteratura, undici lettere” replicano i suoi pensieri.

Cortázar confessa di aver vissuto da bambino una sorta di “sfasamento” tra le parole e gli oggetti che esse designano. Si legge in Carte inaspettate: “Entrai in un periodo che avrebbe potuto essere pericoloso e sboccare nella follia: voglio dire che per me le parole cominciarono ad essere più importanti delle cose stesse. (…) una parola poteva affascinarmi (…) tendevo un dito e scrivevo parole, le vedevo prendere corpo nell’aria, parole che erano già parole-feticcio, parole magiche (…) È da quel momento che ho cominciato a giocare con le parole”.

Tra le righe de Il superlativo di amare si cela una dichiarazione d’amore di Sergio Garufi a Julio Cortázar, una dichiarazione d’amore, quindi, alla letteratura. A tratti s’intravede anche il Flaubert dell’Éducation. Quando Stella, la donna di Gino, alla cena del Rotary fatica a deglutire, ci ritornano alla mente gli stessi mondi di disperazione e di miseria che travolgono Frédéric nello scorgere la tisica, sedutagli dinnanzi, nascondere il sangue nel tovagliolo. Piccoli gesti che sottendono l’oscura ma incantevole fragilità umana, come il buio nasconde piaghe su di un corpo nudo. Ci sono aspettative che si infrangono in questo Il superlativo di amare eppure si vive, ci si muove, anzi si viaggia. Un viaggiare compulsivo e determinato, un po’ come quello di Cortázar, senza soldi e senza certezze. Uno spostarsi tormentato, disegnando mappe letterarie e cercando indizi tra gli interstizi e le cose apparentemente di poco conto, i marginalia dell’esistenza, mentre attorno regna un vuoto colorato, come nelle Stanze di Lorenzo Mattotti (di cui ebbi la fortuna, a Modena nel novembre del 2005, di vedere l’esposizione del medesimo ciclo). Non a caso una di queste stanze fa da copertina al libro.

recensione di Marco G. Montanari

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M’azzardo con due righe solo perché amo il vento in un modo speciale, viscerale seppure non lo studio né lo navigo. 
Hayao Miyazaki con Si alza il vento ci regala (si, è un regalo tutto ciò che, di volta in volta, ci ha mostrato nelle sue undici tornate questo cineasta) un conflitto tra il sogno del progettista di aerei (Jiro Horikoshi, noto progettista di caccia della seconda guerra mondiale, tra cui il celeberrimo Mitsubishi A6M Zero) e la realtà – che uccide aspirazioni e fantasia – dell’utilizzo bellico.
Trasformare i sogni in incubi è un’arte tutta umana così come quella di volare – sogno e/o paura di molti – asservirla spesso a potere e distruzione. Al bacio del vento una briglia economica si antepone per lo sviluppo dei progetti stessi atti a cavalcarlo.
Il conflitto di creare sogni, realizzarli e nella trasposizione fare i conti con la guerra, che aleggia solamente, fa da sfondo. L’impossibilità di vivere, il suo, quello d’amore, che gli sfugge tra le mani, proprio come il vento e i tanti tentativi, per una sorte avversa.

recensione di Andrea Amadori

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La réclame (la prima, pare) recuperata da una copia de “La Sassaiola Fiorentina”, magazine fascista dei tempi andati, recita testuale: “G. Gucci & Co. - Direttore Comproprietario Guccio Gucci (già impiegato della valigeria Franzi) - Specialità valigeria inglese, articoli finissimi per regali”. Siamo a Firenze, via della Vigna Nuova n. 7, zona Santa Maria Novella; era il 1922. Naturalmente di acqua sotto Ponte Vecchio ne è passata e straripata tantissima, ma il nome non può che evocare italici orgogli nazional-stilistici, nonostante che negli anni sia rimasto semplicemente Gucci; una mutilazione che nel 2012 Hedi Slimane impose anche agli ormai cugini carnali della rive gauche di Yves Saint Laurent, diventato più laicamente Saint Laurent Paris, come testimonia attonita vetrina del nuovo flagship store romano in piazza San Lorenzo in Lucina, a due passi da flagship store Forza Italia.

L’eredità di messer Guccio passa oggi per il piglio autarchico del direttivo creativo Frida Giannini, pusher dell’understatement che non si prende troppo sul serio, vera Nostra Signora della Doppia G (ma non diteglielo: non le garba tanto). E il di lei santino lo fa The Director - Inside the House of Gucci, docufilm di Christina Voros prodotto dal marpione James Franco. Affidato alla giovane in ascesa, Voros si improvvisa così stalker della bionda guida suprema, vivisezionando il film in un tris d’atti ben compartimentati - “An evolution in three acts” (“Una evoluzione in tre atti”) recita sottotitolo originale -: Il passato, Il presente, Il futuro, i quali diventano la chiave narrativa per spalancare le porte della gigliata maison.

recensione di Ross Di Gioia

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