La pioggia bagna le strade di Forlì, ma pochi minuti e il sole già le asciuga. Negli occhi ancora la bellissima mostra Novecento. Arte e vita in Italia tra le due guerre allestita nei Musei di San Domenico l’anno scorso. Per non parlare delle altre su Adolfo Wildt oppure Melozzo da Forlì, senza mai dimenticare l’incredibile che fu Canova, l’ideale classico tra scultura e pittura.

Ora è la volta di una rassegna dedicata interamente allo stile Liberty, interpretazione italiana del movimento che si diffuse in Europa agli inizi del ‘900: Art Nouveau in Francia, Modern Style in Inghilterra, Jugendstil in Germania e ancora Modernismo in Spagna, Sezessionstil in Austria, e Liberty, appunto, in Italia.

Gli ambienti dei Musei di San Domenico sono, come sempre, incantevoli, l’allestimento convince, anche se si poteva forse essere più coraggiosi ed esporre ciò che veramente rende apprezzabile lo stile Liberty in tutto il mondo, la sua manifestazione più materiale, tangibile e concreta, ovvero negli oggetti di mobilio, le straordinarie e originali suppellettili e i colori dell’arte vetraia, che lasciano a bocca aperta.

Camminando per le stanze del museo ci ritroviamo letteralmente catapultati agli inizi del novecento, anche grazie agli enormi manifesti che giganteggiano lungo il vasto corridoio del piano terra, preludio delle più varie numerose stanze laterali. È nel piano superiore, dopo esser stati sommersi, nella immensa scalinata, dai corpi intrecciati e nudi (che richiamano il Rinascimento di Michelangelo), vivi della loro violenta, opaca e maestosa bellezza di Giulio Aristide Sartorio, che si viene successivamente gettati in un mare di colori abitato da figure leggendarie care al simbolismo e al suo continuo sguardo alla classicità, di dame bellissime che danzano tra alberi in fiore o minacciate dall’inquietante presenza di ombre oscure che sussurrano loro all’orecchio parole malvagie, di seducenti e potenti maghe e degli eroi semidei di Klinger, Mannucci, Laurenti, Mussino o di Giorgio Kienerk, il cui Il silenzio, parte centrale del trittico L’Enigma Umano, si presta come copertina del catalogo della mostra. 

Una mirabolante pioggia, all’ingresso di una delle sale, non d’acqua questa volta, ma dovuta ad uno dei quadri più grandi presenti nell’esposizione del pittore italiano Galileo Chini (vedi foto), con i suoi temi floreali, che richiamano a una ricerca più austriaca che italiana (alla Klimt per intenderci) tentava, riuscendoci forse, di incantarci con i quattro metri per due. La mia attenzione però non riusciva a fare a meno di lasciar perdere le grandi tele, a volte un po’ ripetitive, e a causa dei temi classici, anche spesso piuttosto fredde, e soffermarmi invece sulle bellissime ceramiche, le sculture irresistibili, molto più che la smania simbolista delle vaste rappresentazioni su tela.

Piccole eccezioni vi sono, come Boldini e le sue donne borghesi, gli abiti riprodotti con pennellate che sprizzano passione e fare seducente da ogni loro minimo movimento, o come l’austero La principessa di Sabra di Edward Burne-Jones, il primo quadro che ci accoglie all’ingresso della mostra, ma forse si sarebbe potuto osare di più.
Si sa, le regole del mercato sono a favore dell’olio su tela, e una mostra aperta ad un pubblico così vasto non può permettersi di esporre solo mobili, vasi e vetrate. Forse anche perché l’esposizione degli olii migliori hanno un costo. E che costo!

Ma io mi accontento dei miei Porta orologi in forma di serpente (lucertole e serpente per la verità, intrecciati) di porcellana, della Società Ceramica Richard-Ginori, del vetro e del piombo di Duilio Cambellotti che si mescola e ti lascia senza fiato e delle donne che vorticano in cerchio nella roccia di Baccarini, come se, da un momento all’altro, stessero per uscirne ed iniziare ad aggirarsi per i bellissimi locali del museo forlivese, che da anni ormai, ogni volta, sa felicemente e inaspettatamente sorprenderci.

L’esposizione Liberty, uno stile per l’Italia moderna continuerà sino al 15 giugno 2014.

Voto: ●●●○○

Post Scriptum: Se vi trovate a Forlì per vedere Liberty, non potrete perdere un’altra interessante esposizione organizzata dalla Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Forlì, dedicata alla Collezione Verzocchi, dal titolo Il lavoro nell’arte. L’imprenditore Giuseppe Verzocchi commissionò tra il 1949 e il 1950 ai più grandi artisti italiani del secolo novecento un’opera incentrata sul tema del lavoro. L’esposizione comprende oltre settanta dipinti.
Curiosità, ogni singolo quadro è caratterizzato dalla presenza nel quadro del marchio dell’impresa del Verzocchi: un mattoncino con la sigla “V & D”.
Tra i tanti artisti che accettarono la proposta di Verzocchi troviamo Carrà, De Chirico, Depero, De Pisis, Capogrossi, Guttuso.

Come arrivareIn auto, autostrada A14 da Bologna e da Rimini, uscita Forlì; strada statale n. 9 (via Emilia). In treno, principali collegamenti con il nord e sud Italia, attraverso le linee Milano-Bologna-Ancona e Milano-Bologna-Firenze-Roma.

Dove mangiare: Si chiama Osteria Don Abbondio, e si trova a pochi passi dai Musei di San Domenico. Un locale accogliente, all’insegna della più antica tradizione romagnola. Da non perdere le Polpettine fritte di mora romagnola, la Crema di cavolfiori con spoja lorda alle noci e per finire, vera e propria specialità del locale, la Cassata romagnola (una bavarese allo squacquerone con frutta secca, canditi e crema al pistacchio).

Il catalogo: Liberty, uno stile per l’Italia moderna, a cura di Fernando Mazzocca, Silvana Editoriale.

recensione di Marco G. Montanari


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    Una mia recensione alla mostra Liberty, a Forlì per il blog
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